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Artista da giovane

Omaggio al “Dedalus” di James Joyce

Note di regia

Artista da giovane è un’indagine sulla memoria. L’epoca degli accadimenti è già specificata nel titolo e oltre che un tempo indica una dimensione ben precisa dell’esistenza. Un tempo in cui convivono tensioni contrapposte: la vitalità spesso trattenuta e l’intensità con cui si avvertono impulsi creativi, espressioni di ricchezza e anche di dolore.
Ecco cosa dice Joyce:
«… L’artista come il Dio della creazione, rimane dentro
o dietro o al di là o al di sopra dell’opera sua, invisibile,
sottilizzato sino a sparire, indifferente, occupato a curarsi
le unghie».
L’artista da giovane non si cura le unghie, l’artista da giovane il più delle volte si tormenta le mani. Non sparisce, non rimane dentro o al di là o al di sopra dell’opera sua, né diventa invisibile, e soprattutto non sa sparire, e non sa rimanere indifferente. Sono partito dal Dedalus di James Joyce, il romanzo che termina il suo racconto là dove inizia l’Ulisse, per approdare a riflessioni sull’arte e sull’apprendimento. Nel suo bellissimo romanzo, Joyce racconta di una voluta e desiderata fuga dalle limitazioni di una educazione religiosa, trasmessa in modo coercitivo in un collegio di gesuiti, una sorta di extra-mondo, in cui si odono i propri passi come in un territorio alieno.
Tra le mura spesse dei princìpi, dell’educazione e dell’insegnamento, il nostro Artista sembra ripercorrere il destino di una figura mitica, quella di Icaro, che osò volare pericolosamente troppo in alto e troppo vicino al sole. Nel gesuita educatore ho visto polvere, conservazione, minaccia, violenza, e uno sguardo sul mondo vicino al ridicolo, in mostra nell’opaca trasparenza di una teca, come un fantasma in un armadio, una proiezione della mente, una fisicità distorta come in un sogno. Ogni ricordo della nostra infanzia è così isolato, esposto – ancora una volta ora che si è diventati adulti e si tenta di non perdere la giovinezza – alla fragilità del presente. Artista da giovane possiede la qualità di un flusso interiore, un ragionare con se stessi, una incessante meditazione sulla creazione artistica tesa – come’è giusto – a Dio, senza mai raggiungerlo.
Questo è in tutto e per tutto un lavoro artigianale, di bottega, anche manuale. In questo senso, sono indispensabili le opere di un grande artista e anche lui, mio compagno di lavoro da tanti anni, Giulio Ceraldi, che ha progettato lo spazio dello spettacolo come una costruzione in itinere di una sua opera in parte realizzata a Gibellina. Un lavoro che ha la vitalità di un notturno febbricitante in cui pronunciamo parole da noi tutti condivise. Salvatore Cantalupo e Alessandro Mor tornano a lavorare con me dopo tanti anni, in una felice intesa che ha ritrovato nelle scoperte giorno per giorno un nostro comune senso di intendere il teatro.

Claudio Collovà