Donne in tempo di guerra
liberamente ispirato a Le Troiane di Euripide
Note di regia
Come dolci sono le lacrime per chi si trova nella sventura e i pianti luttuosi, e la poesia che contiene dolori.
(Le Troiane, vv. 608-9)
‘Le troiane’, fra tutte le tragedie di Euripide, è quella più politica, carica di un messaggio
antibellicista e anti-imperialista, e la meno convenzionale nella forma usata, poiché i conflitti tra i personaggi
e in modo più generale il tema del conflitto è, per la prima volta in una tragedia greca, ridotto drasticamente:
tutto è già avvenuto, la guerra appartiene al passato e la scena è dominata dal lamento e dalla sofferenza
per una nuova esistenza ancora da venire. E, naturalmente, il sentimento di lutto non è confinabile alle sole donne troiane.
La guerra non è solo quella di Troia, come la storia ci ha tragicamente insegnato.
Nelle Troiane l’unità della tragedia è costituita dal pianto con cui le donne danno sfogo al loro dolore. Quello
che dice il Coro può valere in generale per tutti gli uomini: ogni uomo che sia colpito dall’infelicità può
trovare sfogo nelle lacrime. Ecuba, nella parte iniziale della tragedia, per dar sfogo al suo dolore, dice: “Anche questa
è poesia per gli infelici, far risuonare le loro tristi sventure.” La poesia di cui parla Ecuba è il canto di
dolore che le donne troiane fanno risuonare sulla scena. Sembra proprio che Euripide teorizzi la ‘poetica’ del pianto e
vada con coraggio oltre la misura consentita. Le varie vicende dolorose si susseguono incalzanti e senza concedere un momento di pausa
e di sollievo: la terribile immagine di Ettore trascinato intorno alle mura da Achille, quella di Cassandra che inutilmente si sforza
di avvertire l’umanità del terrore a cui va incontro, la scena in cui il piccolo Astianatte viene strappato alla madre
– quella di Andromaca è forse la scena più straziante di tutta la letteratura tragica – o infine quella di
Polissena, da me arbitrariamente aggiunta, sacrificata sulla tomba di Achille per volere dei vincitori.
Chi vive la condizione di prigioniera, privata di ogni bene e destinata a schiavitù, non è in grado di tenere la
realtà sotto controllo, ma è in uno stato di passività di fronte a un destino che l’ha sopraffatto e
continua a soggiogarlo. Questo incalzare di esperienze angosciose culminano con esplosioni di dolore e di disperazione, nelle quali
traspare il desiderio di morte. Lo sbocco più naturale in una situazione del genere è il pianto, espressione di un
insufficiente controllo della realtà esterna, impossibilità di dominare il dolore dell’esperienza: una concezione
disperata e senza la possibilità di sbocchi ‘risolutori’, una situazione senza prospettive, che Euripide ha inteso
rendere in tutta la sua esasperazione.
Claudio Collovà
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