Eredi
Note di regia
All’origine di Eredi c’è un dipinto di Magritte, Il mese delle vendemmie. Un’immagine in cui ho scorto potenzialità
teatrali. La finestra si è poco alla volta svuotata dei suoi abitanti: qualcuno è entrato dentro la mia stanza e mi ha salutato con
affetto, altri ancora non li ho più rivisti, semplicemente spariti e mai più ricomparsi. Tutti sono usciti dalla fissità del dipinto
e hanno assunto una mobilità a volte imprevedibile.
Quando i magrittini hanno cominciato a muoversi non si sono più fermati. Liberati dal letargo, come gli uomini del sottosuolo
a cui per troppo tempo è stata preclusa la vita in movimento, si sono messi in viaggio. “Qualunque cosa vogliate sapere sulla vita,
potrete apprenderla viaggiando”, hanno finito col dirci, con saggezza. E il loro procedere è finito con l’essere sempre più vicino al
mitico viaggio di Ulisse a bordo del Titanic.
“Tanti ometti tutti uguali, uscivano da casette tutte uguali. E’ proprio dei demoni e degli angeli presentarsi come stranieri, visitatori
di un altro mondo. Così gli éboueurs affiorano nelle nebbie di un mattino… solo il bulbo degli occhi che rischiara il viso perso nel buio”,
scrive Calvino in La strada di San Giovanni, alludendo a una comunità non solo fisicamente, ma anche e soprattutto spiritualmente
armoniosa, che si differenzia da noi civili spettatori, eppure composta da individui della nostra stessa specie.
I personaggi di Eredi vivono anch’essi sulla soglia della beatitudine e dell’idiozia, perdono spesso l’orientamento, scambiano
ogni mappa per labirinto, si spaventano di ogni rumore. E trascorrono il loro tempo alla finestra di una casa normale e scenografica come
quella di Magritte, a guardare il mondo – con un punto di vista capovolto, dall’esterno verso l’interno, e che la scenografia di Daniela
Cernigliaro ha ribaltato ancora, e dotato di una forte inclinazione incombente sulla nostra vita. Un coro di personaggi, in cui l’idiozia
di clown borghesi e la loro assonanza spirituale, non cancella l’individualità di cui sono in possesso. I magrittini sono
soggetti modernamente intesi, soggetti dominatori del mondo, che esercitano il proprio dominio attraverso lo sguardo. In questo senso mi
sembra di scorgerli dappertutto, come membri di un esercito agguerrito che non conosce ostacoli.
Il dipinto di Magritte mi ha permesso inoltre di continuare la mia ricerca in spazi formali a me cari e presenti in spettacoli precedenti.
La presenza di una parete che separa un retro invisibile, luogo precluso al nostro sguardo, da un davanti visibile in cui ci si espone e
si rischia l’esibizione. E una soglia da varcare in questo caso una finestra, che si supera a proprio rischi e pericolo, e dalla quale è
pur sempre possibile esprimere un punto di vista naturalistico.
Dal punto di vista strettamente drammaturgico, con l’aiuto di Clelia Lombardo, ho messo in relazione frammenti apparentemente
incompatibili. Materiali influenzati dallo studio delle risorse e delle fonti non solo letterarie.
I comportamenti della massa sono lucidamente e scientificamente raccontati in Massa e potere di Elias Canetti, la struttura del
viaggio riprende il resoconto poetico de La fine del Titanic di Enzensberger e infine molte delle immagini di Eredi
sono state liberamente ispirate dell’Ulisse di James Joyce, dal testo fotografico di Roberto Collovà su Palermo e dalle musiche
di Giacco Pojero e Nino Vetri.
I dipinti esposti dai magrittini sono di Iker Filomarino, suoi sogni notturni durante il periodo di prove.
Con Eredi la Cooperativa Teatrale Dioniso continua un lungo periodo di lavoro con i ragazzi della Comunità Filtro e in
collaborazione con il Ministero di Grazia e Giustizia, cominciato con Miraggi Corsari e proseguita con Eroi.
Con noi hanno lavorato duramente e con passione una decina di ragazzi: una parte di essi andrà in scena, altri si sono occupati della
scenotecnica e della sartoria. Per due mesi la loro presenza ha saputo dare un senso ulteriore al nostro lavoro.
Claudio Collovà
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