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Eredi
L'uomo verticale e la responsabilità dello sguardo
La verticalità dell'uomo in piedi è, teatralmente, l'esito di un grande sforzo.
Il segmento stabile e pensante sta tra il cielo, il suo infinito, e il centro della terra.
E' possibile parlare della verticalità dell'uomo come una fase che corrisponde alla maturità dell'interpretazione.
Un momento in cui, dopo un tempo di adattamento, il personaggio
non striscia più, né cammina a quattro zampe,
come si fa all'alba della vita.
Sebbene lo stare in piedi può corrispondere a una fase dinamica,
e in ogni caso, è preceduta dal mettersi in piedi, ho
sempre pensato a questa azione semplice in termini di stabilità.
Una stabilità altamente ricettiva.
Stabilità perché la posizione fisica è perfettamente aderente
- attraverso la pianta dei piedi - alla base di appoggio, il respiro è calmo e regolare, quasi monotono, e in ogni
caso in stato armonico con l'universo esterno.
L'equilibrio è assicurato dal respiro, ma anche da una posizione leggermente piegata e pronta al movimento. Cioè a
dire pronto alla reazione, oltre che all'azione.
La ricezione, inoltre, è assicurata dal fatto che quest'uomo,
per ora solo nello spazio scenico, ha gli occhi ben aperti e
vivi sull'orizzonte, sul suo orizzonte: quest'uomo è, prima di ogni cosa orientato.
L'uomo in piedi occupa una sua precisa posizione nello spazio, e guarda verso un determinato punto di fronte a lui,
un punto esterno a sé.
Attraverso lo sguardo, né alto né basso né laterale,
e la sua perfetta verticalità, egli compie un atto che
equivale a una precisa assunzione di responsabilità.
A una scelta. Ancora priva di aggettivo.
Esagerando, ma non troppo, direi che ogni orientamento corrisponde a una
scelta politica. Non importa dove egli guarda, se verso sud
o verso ovest, importa che abbia preso posizione e sia cosciente
del suo orientamento.
Questa fase di lavoro, corrisponde a volte, a una fase di svuotamento.
Nel mio lavoro è importante, direi decisivo, che si faccia il vuoto, che ci sia spazio cioè per accogliere tutto
ciò che non si era previsto e che in quelle particolari condizioni si può verificare.
Anche il suono forte di un oggetto che cade vicino al corpo, diventa
in quelle condizioni di estrema sensibilità emotiva, il mondo esterno con cui interagire.
Tutto questo può avvenire solo ed esclusivamente se la possibilità
della percezione è lasciata libera di esistere, cioè
a dire se l'attore accetta il rischio del vuoto, se la sua posizione
in piedi, nonostante le opposizioni del mondo circostante, non è generica o superficiale.
Nel processo della creazione del personaggio teatrale, lo stare
in piedi si sdoppia, o per meglio dire si raddoppia.
Come i piatti della bilancia, all'inizio in grande squilibrio, attore
e personaggio, si guardano per così dire dall'alto verso
il basso.
A destra, in tutta la sua altezza e pesantezza, l'attore e a sinistra, timidamente rannicchiato, avvolto su se stesso come un feto,
il personaggio.
Essi si guardano, ma poiché hanno altezze differenti, l'attore deve attendere che il personaggio si alzi in piedi e raggiunga
un orizzonte comune, perfettamente allineato e comune.
Quando questo avviene, solo allora sarà possibile iniziare il percorso inverso.
Più intenso e forte e profondo sarà lo svuotamento, più sicuro e certo sarà il mettersi da parte dell'attore.
Il piatto della bilancia che prima accoglieva il suo peso si abbassa, e man mano che l'attore accetta di abbandonare il suo peso,
e dimagrisce fino alla quasi totale scomparsa del proprio sé, io intravedo lo spazio utile alla crescita anche di peso corporeo
del personaggio.
Nel 1998, in un uno spettacolo che si chiamava Eredi, avevo deciso di lavorare ispirandomi come prima fonte, a un dipinto di Magritte
che si intitola 'Il mese delle vendemmie'.
E' un dipinto famoso e molto conosciuto, in cui i suoi omini guardano l'orizzonte all'interno di una cornice di una finestra che si
apre verso una stanza.
Naturalmente, come spesso succede nelle opere di Magritte, il mondo è surrealmente ribaltato.
Gli uomini di Magritte, tutti perfettamente uguali, anziché guardare verso il paesaggio esterno, si trovano già
all'esterno della casa e guardano verso l'orizzonte interno alla stanza.
Essi sono allineati, come in una piccola massa, ordinatamente disposti
l'uno accanto all'altro, in piedi e in paziente attesa.
Cosa guardano, chi attendono? Da quanto tempo?
Sono domande a cui è possibile rispondere in una infinità di modi.
La grande arte di Magritte ci consente di rispondere in modo soggettivo,
se vogliamo anche in modo del tutto arbitrario.
Diciamo che ogni spettatore di quel quadro può dare la sua personale
risposta senza timore. O può anche tacere, diventando
complice di quel silenzio.
Tra l'altro essi stanno in piedi, ma a causa del davanzale, non
è possibile vederli dalla vita in giù.
A me è sempre piaciuto pensare che prima erano rannicchiati
in basso, coperti e al buio, e quando sono per così dire
emersi, essi abbiano deciso di rivolgersi e orientarsi verso
un orizzonte che include anche la mia presenza di spettatore,
assumendo la più semplice posizione, quella cioè
verticale.
Essi si sono messi in piedi, la loro azione è tutta lì.
Naturalmente io sto parlando della mia libera percezione del dipinto e non
sto facendo nessuna analisi critica dell'opera di Magritte da
un punto di vista estetico.
Da quella posizione primaria, poco alla volta si sono mossi. Qualcuno
è sparito per non ritornare mai più, altri si
sono aggiunti accrescendo la massa, altri ancora hanno più
tardi scavalcato la finestra, compiendo alla fine azioni più
complesse che hanno poi formato la struttura della scrittura
scenica.
Senza dilungarmi troppo su quanto succedeva nel mio spettacolo, l'incipit
era comunque assicurato dalla posizione dello stare in piedi
in un determinato spazio, ricco di senso e di significato.
Una
delle domande a cui mi premeva di più rispondere era:
'chi attendono?'.
Il mito del ritorno di Ulisse, l'uomo il cui viaggio sembrava non
avere mai fine, ha orientato la mia scelta di parlare e di raccontare
il ritorno di Ulisse a casa, utilizzando tutti gli elementi
della storia in chiave di contemporaneità, senza eccessi
di riferimento a quanto raccontato da Omero, ma semmai rivolgendomi
a una struttura dell'immaginario comune a tutti gli uomini,
all'umanità in genere.
Lo stare in piedi è così diventato il punto di partenza
di movimenti più complessi dell'anima e della psiche,
del corpo nello spazio e della relazione dell'individuo con
una moltitudine, una massa.
E devo ringraziare anche Canetti, con la sua lucida descrizione
dei comportamenti della massa nel suo splendido libro che si
intitola 'Massa e potere'.
Il tema proposto mi è particolarmente caro, perché
il tipo di lavoro che io faccio nasce spesso dall'osservazione
di dipinti e di fotografie.
Le fotografie di gruppi (scolastici, militari, familiari), ritraggono
spesso gruppi di persone in piedi con lo sguardo rivolto verso
l'obiettivo.
Alcune fotografie in particolare, ma tutte, prima o poi, ritraggono
persone che sono in piedi ben vive al momento dello scatto,
ma ora, mentre la foto è nelle mie mani, irrimediabilmente
morte.
In ogni foto di gruppo c'è sempre qualche morto, e in tutte
prima o dopo ci troviamo di fronte a esistenze finite, di trapassati.
Concludo questa breve parentesi, richiamando l'attenzione sul fatto che
in questo caso 'lo stare in piedi' non è più l'inizio
di qualcosa, ma la fine della storia e del movimento fisico:
una immagine bloccata nel tempo, a cui io, con tanta umiltà
e curiosità, destino quasi tutti i miei sforzi di regista
teatrale. Ridare vita allo stare in piedi dei morti è
l'azione semplice dell'alchimista.
Soffiare l'alito della vita su quei fantasmi e restituire al loro stare
in piedi una possibilità di vita futura, è lo
sforzo più grande a cui mi sottopongo con prudenza, ma
anche con grandissima emozione.
Esiste inoltre per finire, una verticalità che è assunzione
della responsabilità di un artista di fronte al mondo.
Questo apre tutto un altro capitolo di ragguardevole densità.
Alludo alla coerenza necessaria per compiere un tragitto che
non sia causa di sbandamenti, improvvisi abbandoni della strada
maestra. Lo stare in piedi in questo caso diventa difficile
almeno quanto difficile è vivere senza rimpianti e rimorsi.
Qui la scelta è davvero politica e non ammette compromessi,
ma è soprattutto rispetto del proprio credo artistico,
della propria sensibilità, dei propri sogni.
Le sirene cantano e l'artista se ne sta in piedi, con tutta la
sua fragilità, e guarda oltre quel canto. E in ogni caso
altri artisti fanno lo stesso e questo non lo fa sentire solo.
Claudio Collovà
Scritto a Roma il 23 maggio 2002
Pronunciato al Convegno “Corpo Scenico”
organizzato dal Centre Cultural Francais di Palermo
al Teatro Massimo di Palermo
il 12 giugno 2002
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