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Giacinti

liberamente ispirato a "La terra desolata" di T. S. Eliot

Note di regia

Un teatro inteso come creazione pura e demiurgica, senza un modello che lo possa vincolare con le sue leggi, emancipato dal giogo della riproduzione naturalistica della vita. Un teatro intuitivo, frutto di una lunga ricerca in compagnia dell’immaginario, aperto alla libera immaginazione umana. Capace di comunicare ancor prima di essere compreso e che - come la poesia, la musica, la danza, la pittura e tutte le altre arti liberate e autonome - può essere addirittura superfluo comprendere. Una lotta che ci possa ancora permettere di sognare un teatro autonomo, come opera autonoma, liberata, non suddito.

Per dare vita a questa tensione occorre tempo.
Il tempo per ricercare pazientemente e senza sosta una forma che esalti il nostro sentire, quello delle persone che lavorano attorno o un centro vitale, a una fonte che sarà possibile assecondare e trasgredire, allargando senza rimorso e con coraggio i margini del linguaggio teatrale e della sua complessità. Ecco la pulsione di cui siamo consapevoli: qualcosa ci spinge verso la creazione di un linguaggio autonomo. Un linguaggio poetico costruito dal regista e dagli attori in lungo processo di creazione. Un lavoro che non sia concepito fin dall’inizio come una messa in scena di un mondo conosciuto e già esistente, come rap­presentazione di un testo drammatico che nell’opinione convenzionale e professionale gli dà “ragion d’essere”. Pensiamo a un teatro in cui nella venga predeterminato, in cui i materiali scenici non vengano ‘auspicati’, dettati - e quindi imposti - da un drammaturgo, ma che siano concepiti e che possano nascere dalla nostra ricerca, da questa resi indispen­sabili, da noi fortemente voluti perché necessari. Pensiamo a un progetto che possa liberamente partire dal silenzio e dall’attento e rigo­roso studio di un universo poetico al quale avvicinarsi. In questo senso, parole come ‘attore’, ‘scena’, ‘costumi’, ‘luci’, ‘musica’, etc., perdono il loro significato convenzionale e ne assumono un altro, tanto nuovo quanto ancora sconosciuto e da trovare. Del resto, questo accade per ogni opera liberamente creativa e autonoma.

Questo è il nostro lavoro: un laboratorio e poi la presentazione al pubblico dei nostri passi.

Abbiamo scelto LA TERRA DESOLATA di T.S. Eliot, perché da sempre ci è apparsa un evento teatrale, come un luogo affollato da personaggi, con un andamento sviluppato e preciso. Di essa non ci interessa presentare una analisi descrittiva dell’immaginario -peraltro abbondantissima-, né ci interessa una narrazione degli eventi così come appare nel poema, raccontando una piéce teatrale, bensì la grande possibilità che da quelle immagini ambigue, poetiche e ineffabili ne nascono altre, del tutto nostre, di cui possiamo essere autenticamente i creatori. A LA TERRA DESOLATA abbiamo lavorato e lavoreremo come si lavo­ra a un tronco carico di fronde che divergono, ben saldo a terra, ben saldo nell’aria, seguendo tutte le suggestioni e tutte le possibilità delle sue immagini. Un lavoro che vorremmo diventasse - in questo progetto almeno - un metodo. Strettamente collegato e in maniera apparentemente arbitrario al metodo compositivo di Eliot. Per esemplificare, è come se leggessimo la realtà come un particolare genere di libro, e poi scegliessimo e accumulassimo da tale libro il livello testuale necessario alla scrittura scenico, in un contesto poetico carico di gran­de intensità immaginativa come quello de LA TERRA DESOLATA. L’elemento drammatico è presente nella poesia di Eliot nella galleria di ritratti drammatici in azione (e in “non azione”), nei ritratti vivi e realistici, anche brevi e frammentari, e nei ritratti impersonali che riflettono un mondo di solitudine o che presen­tano frammenti di esistenze quotidiane estre­mamente sintetizzati con segni quasi unicamente pittorici o anche - a tratti - atmosfere di degradazione e di dissociazione morale a cui la nostra realtà contemporanea ci ha ormai abituato. E questo è forse la vera e più forte motivazione del nostro progetto: LA TERRA DESOLATA parla infatti di ciò che vediamo e spesso anche di come lo vediamo. Queste considerazioni non possono che suggerire - a meno che non volessimo contraddirci - l’idea di fondo. Del resto abbiamo solo, allo stato attuale, una consapevolezza indefinita.

L’organizzazione può essere chiamata, per analogia, musicale. Non mostra alcuno sviluppo.

Eliminando la struttura riproduttivo, pensiamo alla costruzione di uno spettacolo-opera d’arte, non pensiamo dunque alla piéce che dovremo mettere in scena, ma alla forma del teatro. A tutto valgono le parole del traduttore de LA TERRA DESOLATA, Roberto Sanesi:

“Di fronte a LA TERRA DESOLATA ci troviamo a contatto con una creazione allo stato ‘globale’ e dal significato ‘globale’; vi si fondono gli elementi di infinite poesie già scritte e da scrivere; la storia presente e la storia del pas­sato, in un concerto ampia e variata che non trova riscontro in nessuna composizione pre­cedente di Eliot e, forse, in nessun altra opera del nostro secolo.”

Claudio Collovà