K L'AGRIMENSORE
da Il Castello di Franz Kafka
Note di regia
“Non occorre che tu esca di casa. Resta al tuo tavolo e ascolta, non ascoltare nemmeno, aspetta soltanto. Non aspettare nemmeno,
rimani solo e in silenzio. Il mondo verrà da te a farsi smascherare, non può farne a meno, e rotolerà estatico ai tuoi
piedi”
“Qui nessuno riesce a passare e men che mai con il messaggio di un morto…Tu però siedi alla tua finestra, e al
messaggio dai vita nei tuoi sogni, sul far della sera”
Il primo frammento è un aforisma, e il secondo è la conclusione del racconto Un messaggio imperiale, quasi
l’incipit de Il Castello di Franz Kafka. Entrambi i frammenti invitano all’immobilità fisica ed alla
mobilità del sogno. Quando infatti l’agrimensore K. fa la sua comparsa nel villaggio, come un uomo senza passato, è
subito chiaro che un viaggio ha avuto inizio. Da quel momento in poi, tutti i suoi sforzi – legittimi e illegittimi – saranno
tesi a raggiungere il Castello, ma in questo suo faticoso itinerare, per quanto cammino percorra, egli rimarrà ad un’infinita
distanza dalla meta. Ogni strumento che nella realtà serve all’orientamento, qui diventa inutile e K. pretende di aggirarsi
in un mondo governato da un’autorità capricciosa e dispotica con la bussola del buon senso e della logica.
K. è solo, e la musica dell’uomo solo appartiene a tutti gli uomini – lo dico con ironia – che hanno coscienza
dell’esistenza. La lotta che K. intraprende invece, disperata e caparbia, assomiglia al dibattersi di un insetto caduto nella tela
di un ragno. I suoi gesti inconsulti non allentano le maglie della rete, ma aggravano sempre più e in misura crescente la sua
condizione di prigioniero. Eppure la sua è una richiesta apparentemente legittima: aspira ad essere ammesso in una comunità,
trovare salvezza, accoglienza, riposo dopo un lungo e laborioso travaglio. Non legittimo è credere o sperare che questa ambizione,
sia nel naturale ordine delle cose, e che un viaggio come questo possa essere vissuto senza terribili conseguenze, la prima delle quali
è quella di muoversi in mezzo a frammenti di vita che non si unificano. K. – come tutti i suoi simili – conosce
soltanto un mucchio di immagini infrante e passa la vita a tentare di dare un ordine a ciò che non può essere ordinato. Nel
mio tentativo di dare ordine alla vertiginosa quantità del material del romanzo, ho deciso di operare delle scelte radicali,
concentrando la mia attenzione sull’aspetto a me caro del realismo fiabesco, in cui il farsi e il disfarsi delle cose secondo un
impianto di ambienti mobili, asseconda l’idea dei personaggi, immersi in un’atmosfera che li trascolora e li trasforma
costantemente. La drammatica semplicità degli eventi, anche se frutto di uno sguardo che non sa né vuole mettere a fuoco la
realtà, lascia K. fuori dal castello, in balia di sé stesso e delle sue visioni…
Claudio Collovà
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