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Massa e Potere

di Elias Canetti

Note di regia

Nel 1922, a Francoforte, lo studente diciassettenne Elias Canetti si trovò ad assistere a una manifestazione contro l'assassinio di Rathenau. Quel giorno egli sentì che la massa esercita un'attrazione enigmatica, qualcosa di paragonabile al fenomeno della gravitazione. Nelle sue memorie Canetti scriverà, a proposito della massa: "E un enigma che mi ha perseguitato per tutta la parte migliore della mia vita e, seppure sono arrivato a qualcosa, l'enigma nondimeno è restato tale". Il "qualcosa" a cui qui si allude è Massa e potere, che apparve nel 1960, - quest’anno ricorre il 50° dalla data della sua pubblicazione - dopo trentotto anni di elaborazione in cui si restituisce del tutto, senza risolverlo ma addirittura ampliandolo, l’enigma della massa. Non si tratta di un affresco storico né di una tipologia sociologica ma di una serie di frammenti per pensare. Su questa serie di frammenti per pensare, noi abbiamo costruito il nostro spettacolo, prendendoci cura solo di alcune delle possibilità che Canetti presenta nella sua vastissima ricerca e analisi, e ce ne siamo nutriti con la massima libertà e arbitrarietà. Come Canetti non abbiamo giudicato la Massa, ma abbiamo attraversato in flusso esperienze fisiche ed emotive, collegandole tra loro attraverso un andamento musicale e allusivo che potesse spezzare ogni relazione di carattere narrativo. Frammenti e nulla più che appaiono e svaniscono all’orizzonte perché forse della realtà questo possiamo ambire a conoscere, un mucchio di immagini frante. La Massa qui presentata è in primo luogo quella sterminata dei morti, fissata in ingiallite fotografie d’epoca, specchio dei vivi. Massa è il panico di una porta chiusa, la nostra generatrice d’immagini, ed è la "scena psichica" dell’individuo e non può esistere se non come contrappeso, cosmica 'paredra', di un'altra soverchiante entità: il potere. Masse costrette ad esodi e prigionia, in balia di ideologie ormai spente, di bandiere che sventolano lo spazio di un mattino nel tempo infinito dell’esistenza e che lasciano sul terreno cataste di corpi senza vita. Masse in abbondanza e privazione di cibo, pervase dalla necessità di crescere indefinitamente, di penetrare ovunque senza lasciare nulla fuori di sé, di coincidere - alla fine - con tutto ciò che esiste. Una eguaglianza «assoluta e indiscutibile», che la pervade dando unità alla molteplicità di sensazioni, esperienze, volontà con una unica direzione, il muoversi tutti insieme verso qualcosa, unica garanzia contro il pericolo sempre incombente del disgregamento. Masse religiose e festive, anticipatrici di eserciti in battaglia. In scena 26 attori, un gruppo di lavoro che ha condiviso esperienze di carattere fisico e biologico diventando tutti uguali e apparentemente indistinguibili a uno sguardo lontano. Sono nati così gli insiemi fisici, gli aggregati centripeti, la semplice vastità del numero. Moltiplicateci pure per cento, per mille, ogni anima che vedrete in scena le accoglie tutte e proverà ad accogliere anche le vostre. Per concludere le parole di Canetti che con il nostro tentativo abbiamo fatto nostre: l’unica forma di liberazione dall’impulso a sopravvivere distruggendo ciò che è diverso da noi «è per propria natura una soluzione riservata solo a pochi» e consiste in «un isolamento creativo che faccia acquistare l’immortalità»: l‘arte, il sapere, la cultura come sopravvivenza che non si nutre della morte altrui, anzi moltiplica e ricrea la vita: «Così i morti si offrono come il più nobile nutrimento ai vivi. La loro immortalità torna a vantaggio dei vivi: grazie a questo capovolgimento del sacrificio del morti, tutto prospera. La sopravvivenza ha perduto il suo aculeo e il regno dell’inimicizia è alla fine».

Claudio Collovà
Gibellina, 8 luglio 2010