QUEL CHE RESTA DEL MIO REGNO
dal Re Lear di William Shakespeare
Note di regia
Sono moltissime le persone che devo ringraziare per la riuscita di questa avventura all’interno di un luogo che ha deciso -
ancora una volta con grande sensibilità - di aprire le porte al teatro. E mi è difficile, se non impossibile, ripercorrere con la
memoria tutti i momenti che abbiamo vissuto insieme ai giovani dell’IPM di Palermo. Ora che il sogno ha preso il posto della
fatica dei numerosi laboratori artistici e tecnici che si sono succeduti in due anni di lavoro e dell’allenamento
quotidiano e sembra che ogni respiro sia al posto giusto come per incanto, molto resta ancora da fare. E questo molto
riguarda il futuro, le nuove possibilità di arrivare a una totale evasione dalla realtà. Perché questo abbiamo anche
cercato di fare: dare e ricevere dai nostri giovani compagni di lavoro un serio divertimento che possa essere trasmesso a
chi ci guarda, con l’emozione di chi ha lottato duramente per raggiungere questo – per noi felicissimo – traguardo.
Quel che resta del mio regno usa il linguaggio dell’avanspettacolo e della farsa
popolare, in cui distrazioni e imprecisioni vengono spesso inglobati come materiali essenziali e significativi. Nel nostro spettacolo
tutto sembra concentrarsi sul tema dominante dell’eredità e della conflittualità tra fratelli. I nostri attori sono vestiti come
in una famiglia aristocratica siciliana dell’Ottocento, molto povera ormai, quasi come in Miseria e nobiltà, e il regno è ridotto
a una misera stanza dai muri scrostati e con una finestra, come una unica apertura verso il mondo. Una finestra che si sporge in una
stanza e da cui si può guardare verso l’orizzonte da una prospettiva capovolta. E la nostra tragedia è capovolta, così come nel
mondo di Lear. I figli si sono moltiplicati, non sono più tre, ma sembrano trecento e i loro comportamenti hanno la petulanza del nostro
popolo e i comportamenti di clown irriverenti e insofferenti verso l’autorità paterna. Non c’è nessuna ricchezza da spartire
in Quel che resta del mio regno e il concetto di eredità viene subito negato, ‘vuole dividere quello
che ha, ma che ha ?’, dicono i figli e i piatti dei pasti sono vuoti, il caffè è svaporato in gesti meccanici, la terra ha
la sostanza della carta straccia. Il Re Lear dorme e non ha memoria, ha dimenticato, e quando appare in scena all’inizio ha le
sembianze di una marionetta. Qui il nostro re si nasconde camuffato tra il popolo per ascoltarne le proteste, il re dorme mettendo a
repentaglio la sua vita affidandola a mani di traditori, il re recita più che vivere la sua autorità, il re muore a causa delle sue
stesse decisioni, il re non sopravvive alla forza d’urto del suo popolo. E il nostro popolo appare come una famiglia di naufraghi
in mare aperto e i numerosi sbandamenti somigliano alle capriole dei saltimbanchi su una zattera le cui assi sono tenute insieme
dall’ironia e dalla risata. Le canzoni e la drammaturgia sono tratte da varie fonti, prima di tutto dal King Lear di Shakespeare,
ma molto è stato creato in sala prove con la creatività di tutti. Invenzioni che si sono succedute a ritmo serrato durante il periodo di
prove, e che hanno reso concreto il senso delle singole scene. Ai ragazzi devo molte invenzioni linguistiche e molte soluzioni canore ed
è stato un bene avere nel King Lear solo un testo di partenza e attendere che il nostro si materializzasse per incanto in
scena. Il Re Lear, padre stanco e desideroso di approdo, ha messo in commedia la sua tragedia, disputando la sua esistenza con una
famiglia numerosa e ribelle, poco incline al rispetto per l’assurda decisione di smembrare ciò che si possiede. “Dividi
dividi separa questa terra, vedrai come la pace la trasformiamo in guerra’’, cantano i figli che già tramano l’uno
contro l’altro il giorno dopo. Lear muore colpito da un fulmine durante la tempesta che è costretto ad affrontare per
l’insolenza e l’avidità dei figli, e il mondo appare ancora una volta capovolto.
Capovolto come il nostro lavoro ha cercato di fare, viaggiando lontano e attraversando i muri come solo nei sogni si può fare.
Palermo 12 dicembre 2007
Un vivo ringraziamento per l’attenzione al nostro lavoro al Dott. Michele Di Martino (Direttore Centro di Giustizia Minorile
della Sicilia), alla Dott.ssa Rita Barbera (Direttore Istituto Penale per i Minori di Palermo), Dott.ssa Clara Pangaro e Dott. Salvo
Pennino e tutto lo staff degli Educatori, al Comandante della Polizia Penitenziaria Luca Mantini e a tutti gli Agenti di Polizia
Penitenziaria per la loro gentilezza e pazienza, e infine ad Alfio Scuderi, direttore artistico del Palermo Teatro Festival che ha
portato il festival dentro l’Istituto. Condivido infine questi ringraziamenti con l’Associazione Euro che ha reso possibile
tutto questo.
Claudio Collovà
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