Interventi
IL SILENZIO È UNA NECESSITÀ DELL'ANIMA
Intervista a Claudio Collovà di Gianfranco Perriera
Festival dell’Unitŕ - Palermo, settembre 2007
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"Questo posto è maledetto. Tutto è silenzio…come se il mondo fosse morto", si legge nel Woyzeck, un lavoro che hai portato in scena con successo nel 2005. Silenzio è una parola ricorrente nei tuoi interventi, una metafora continua nei tuoi spettacoli. Cos'è per te questo silenzio?
Il silenzio è una musica che ascolto sempre con piacere, sostiene la mia attenzione, mi lascia libero di percepire ciò che accade attraverso i sensi. Io credo che lo spettatore debba potere avere il suo spazio, debba potere vivere con una sensibilità autonoma, continuare a respirare. Parlo del pubblico come se parlassi di me. Non voglio essere oppresso dalle musiche registrate, dalle urla, dal frastuono di continue immagini o da una energia ricattatoria degli interpreti. Voglio potere percepire una goccia che cade anche se quella goccia dovesse essere solo nel mio cervello. Parto dal silenzio nel processo che mi conduce alla nascita della mia creazione. Ho bisogno di udire il battito del cuore dei miei personaggi o il fremito nascosto degli arti. Per questo parto dalla pittura. Posso giacere in ascolto quanto voglio accanto a un dipinto e, sebbene alcuni o molti di essi urlino, non cessano di farlo nel pieno rispetto di me e della mia solitudine. Nella mia possibilità di contemplazione. Per la passione che ho per una certa solitudine in scena, quando a vivere sono dei fantasmi in tutto simili a me. Sono empatico nei confronti di ognuno di loro. Passo ore a vederli compiere rari gesti in sala prove e a non proferire parola. Quando parlano, finalmente, mi stupisco che abbiano una voce. Il silenzio è anche la possibilità enorme che ha l’attore di potere percepire la sua stessa anima al lavoro. Così, più che per esigenze sceniche o di scrittura, una parte del silenzio è un dono che faccio sia a me che agli spettatori. Infine – per dirlo in poche parole - per me il silenzio non è mai un concetto o un tempo, è solo una necessità dell’anima.
Una incantata e rarefatta lentezza, un duplicarsi quieto delle immagini, un condensarsi senza fretta delle apparizioni sono fra le cifre più notevoli dei tuoi spettacoli. Perché questa scelta per l’indugio?
‘Indugio’ è una parola della critica. E’ solo una percezione impaziente di ciò che accade sulla scena più che sul suo tempo. Ma l’accetto. Nei miei spettacoli, anche quando ci si trova dinanzi a scene che comportano un duro lavoro fisico, prevale una emersione della immagine e un suo tempo di esistenza. Un condensarsi quasi percepibile alla vista e magico come lo sviluppo di una pellicola. Le mie immagini spesso non sono legate tra loro da una consequenzialità narrativa. Non devo andare avanti nel racconto. Mi posso fermare dove voglio. E in queste soste le scene vibrano di una loro vita. Con molte variazioni, intendo, alcune delle quali evidenti. In Hamlet, per esempio, questa sosta era prevista nella regia. I personaggi sospendevano la loro azione tragica e si ritiravano in biblioteca. Persino Claudio, alle prese con una sua lettura privata, riceveva la mia gratitudine per una boccata d’ossigeno. Da lì a poco mi avrebbero nuovamente inghiottito nella loro sanguinosa tragedia. Sospensione, ecco la parola positiva per me e che volentieri scambierei con indugio. Ma, naturalmente, questa è una percezione soggettiva e libera. Felice che sia così.

