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Interventi

IL SILENZIO È UNA NECESSITÀ DELL'ANIMA

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Come nasce un tuo spettacolo, come alimenti la tua fantasia visionaria, qual è il “tratto” da cui scegli di cominciare?

Mi occorre tempo. Molto tempo. Tempo per osservare e ascoltare come sto. Ho l’impressione, tornando indietro nel tempo, che non ci sia nel mio lavoro una vera e propria interruzione. Mi sembra che tutti i miei lavori abbiano, come è giusto e ovvio che sia, più di un filo che li tenga insieme. Di spettacolo in spettacolo ho voglia di stabilire un dialogo interno con ciò che creo. Ho viva la sensazione di due spinte concomitanti. Da un lato il desiderio di esplorare nuovi scenari, indagare nuove fonti, abbandonarmi a viaggi in terre del tutto sconosciute, dall’altro la necessità di ritornare a riaffermare quelli precedenti, tenendo in conto la vita già vissuta, le conquiste ottenute, e sono felice quando vecchi personaggi mi vengono a trovare. Sono compagni che portano i segni del tempo, sono quasi sempre carichi di esperienza. Così finisce che ogni spettacolo contiene in parte la critica del precedente e anche il merito di alcuni tratti. Li vivo come una catena, e anche in quelli non sognati direttamente da me appaiono climi e sensazioni vicine. Mi sposto lentamente seguendo una traccia a terra, non salto da una cosa all’altra. Credo che questo sia comune comunque a tanti artisti. Non sto parlando di stile, parlo del fatto che ogni creazione per me ha avuto un processo simile ma in continuo movimento e trasformazione. Non necessariamente verso un progresso, ma un movimento fatto anche di cambi di direzione, marce indietro, balzi. Ma rimane fondamentale per me l’osservazione di tutto ciò che accade nella realtà, una realtà trasfigurata o trasfigurabile in una visione mia personale. E nella realtà includo la pittura, la fotografia, il mondo creativo di poeti e romanzieri, e da queste fonti mi lascio trasportare lungo una strada. Sono strade fitte di nomi di artisti che si parlano per la prima volta. Bacon dialoga con Samonà in Fratelli e, nel Woyzeck, Enzensberger dialoga con Joyce e Joyce con Magritte. Ho fatto incontrare Eliot e Hopper: è un piacere ascoltarli e permettere ai loro mondi di confondersi insieme.  Le mie visioni nascono dalle visioni di altri artisti, ben più grandi di me. Sono anch’io in dialogo con loro.

Qual è il tuo rapporto con gli attori, come lavori con loro e cosa cerchi in particolare da loro? Raccontaci anche delle differenze che hai riscontrato nel lavorare con attori di lingua non italiana

Mi piace lavorare con attori aperti e disponibili ad abbandonare ciò che già sanno. Cerco un lato umano che sia predominante, perché ciò che chiedo è rivolto all’attore inteso come persona. La capacità di relazionarsi con gli altri, l’ascolto, la sua concretezza. La sua piena accettazione del fatto che anch’io procedo per tentativi. E  pretendo la pazienza dell’attesa: la consapevolezza che la nebbia si può diradare solo lentamente.

Questa qualità dell’attesa l’ho sicuramente imparata da uno dei maestri più importanti per me, cioè da Antonio Neiwiller, con cui ho avuto la felicità di condividere tre creazioni, in due intensi anni di lavoro. Ho imparato a rispettare il tempo della nascita delle visioni con Antonio, un grande poeta che mi ha fatto amare il silenzio e il dubbio. Amo gli attori che difendono quello che fanno e che si sentono anche essi in lotta con te. Amo gli attori che lavorano duramente anche con il corpo perché questo viva fino in fondo come una parte indispensabile da mettere in gioco. E non sto parlando di prestanza fisica, anche se la consapevolezza del proprio corpo come strumento espressivo è pur sempre benvenuta.

Quando ho diretto attori non italiani, e mi è successo con inglesi, tedeschi, romeni e ungheresi, ho vissuto sempre molti momenti di pienezza creativa, se così posso dire. Credo che molto lo si debba all’inglese, che mi costringe più dell’italiano a essere chiaro nel chiedere cosa voglio dagli attori. E’ una sensazione strana. C’è sempre una traduzione di mezzo che raddoppia il tempo della riflessione. Ma, a parte questa storia della lingua che ti potrà apparire paradossale, ho avuto esperienze con attori che desideravano fortemente lavorare con me. E questo ti incoraggia moltissimo. Non si è mai trattato di dirigere compagnie sconosciute e ho potuto lavorare formando i cast dopo una settimana di lavoro con molti attori. Erano molto bravi tutti, ma quelli con cui alla fine ho lavorato avevano quell’altissima qualità umana di cui ti parlavo prima. Ne ero affascinato ma è così sempre, anche in Italia. In questa mia ultima esperienza ho trovato gli attori ungheresi davvero aperti e instancabili lavoratori. Ma non credo di avere mai lavorato nemmeno in Italia o qui a Palermo con attori che non fossero così. Per lungo tempo ho lavorato sempre con quasi gli stessi attori. Non ho un ricordo diverso di loro. Stessa tenacia e stesso linguaggio comune.

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