Interventi
IL REGISTA PESCATORE
NE
"LA TERRA DESOLATA"
Vorrei cominciare spiegando il perché del titolo del mio intervento.
Il Re Pescatore, in inglese The Fisher King, compare nella terza
sezione intitolata “Il sermone del fuoco” ai versi
189\192 della Terra Desolata. E’ una figura mitica che
ha origini nord europee, che Eliot ha tratto dalla famosa opera
dell’antropologa Jessie Weston: From ritual to romance,
pubblicato nel 1920, due anni prima cioè che venisse
dato alla stampa il poema di Eliot. Secondo la Weston, il Re
Pescatore regnava una terra caduta sotto maleficio. Un incantesimo
che lo rendeva impotente, incapace di procreare e di essere
fertile. Soltanto la purezza e il coraggio di un Cavaliere in
grado di porre la domanda giusta avrebbe salvato il re e il
suo regno. Il concetto che sta dietro il Re Pescatore è
centrale per il concepimento della Terra Desolata.
Anche per me questo concetto è stato essenziale durante
il processo di creazione. Il dialogo che ho avuto con il poema
l’ho sempre avvertito in un certo senso come molto delicato.
Bisognava fare la domanda giusta per andare avanti e il bello,
ciò che ricordo con molta gioia, è che spesso
la risposta non era necessaria. Purezza e coraggio, senza per
questo soffrire di emulazione nei confronti del Cavaliere, sono
state compagne indispensabili per cercare di dare vita a una
possibile rappresentazione, fra le tante concepibili, della
Terra Desolata. Purezza, perché non ho sofferto di sospetto
intellettuale nei confronti di versi così carichi di
senso, e coraggio perché rivolgersi a una delle più
importanti creazioni letterarie dell’umanità, e
non solo all’opera poetica più grande e discussa
del Novecento, ti carica di responsabilità e forse anche
di incoscienza.
Il Regista Pescatore è un’allusione del tutto arbitraria
e personale, ma allo stesso tempo mi fa chiaramente pensare
allo stato in cui ci si trova quando si sceglie la poesia come
fonte di ispirazione per l’edificazione del proprio teatro.
E l’immagine che mi sovviene è un dipinto di Munch,
in cui si vede un uomo di spalle e guarda il mare e tutto è
apparentemente tranquillo. E’ una identificazione che
comunque è nata solo molto tempo dopo il debutto palermitano
del mio spettacolo. La reputerei quindi una immagine non concreta
e del tutto inconscia.
“Presso le acque del Lemano mi sedetti e piansi…\Dolce Tamigi, scorri lieve finché non finisca il mio canto, \ Dolce Tamigi, scorri lieve perché io non parlo né forte né a lungo.”
Nella Terra Desolata la scena è divenuta invernale. L’acqua è degradata. Il Re Pescatore pesca in uno squallido canale vicino al gasometro. E’ Ferdinando, che si crede solo naufrago sull’isola, a interrogarsi sul senso e sulla provenienza della musica del canto di Ariele. Se vogliamo è solo un’immagine poetica per raccontare la mia posizione fisica e mentale, di un’artista che si interroga mentre osserva il mare delle possibilità che un poemetto così denso come quello di Eliot offre e nasconde al tempo stesso. Per comprendere appieno il significato simbolico dell'opera sarebbe necessario far riferimento almeno a Ovidio, Dante, Chaucer, Shakespeare, Il ramo d'oro di Frazer e Il paradiso perduto di Milton, l'opera monumentale From ritual to romance di Jessie Weston e i miti e i riti legati alla leggenda del Santo Graal. La Terra Desolata è infatti piena di citazioni che creano una rete di significati che vanno al di là dell'opera stessa perché forniscono uno strato immaginativo carico e denso utile a una possibilità di scrittura scenica. Io credo che a parlare della Terra Desolata di Eliot si corra, in un contesto come questo, naturalmente, il rischio di spostare l’oggetto dell’incontro. Che cos’è la parola poetica? Che peso ha la forma poetica nell’elaborazione drammaturgica di un progetto, a un’analisi testuale e poi a una critica letteraria, più o meno corretta della Terra Desolata? Però allo stesso tempo, se voglio raccontare la mia esperienza, è in qualche modo inevitabile. Alla prima domanda, Che cos’è la parola poetica, non saprei infatti rispondere se non raccontando ciò che io ho visto e sentito nella lettura ormai ventennale della Terra Desolata. E ciò che io ho visto e sentito, che peraltro è mutato mentre crescevo e attraversavo nuove esperienze, mi ha spinto al tentativo di una elaborazione drammaturgia. Intendo dire che non tutta la parola poetica mi spinge ad alzarmi dalla contemplazione del mare per spostarmi in sala prova. E quindi è in relazione alla Terra Desolata che posso esprimermi, almeno in questo caso. Le motivazioni sono forse altrettanto importanti delle risposte alle domande dirette sul rapporto tra poesia e teatro. Ho scelto di lavorare alla Terra Desolata perché, fin dalla prima lettura, risalente ai miei studi universitari di anglista, l’ho ritenuta un luogo affollato di personaggi teatralmente vivi, rappresentabili concretamente sullo spazio scenico. Non oggetti ineffabili, ma strumenti adatti a raccontare la normale esperienza umana. Ma a me sembra che la forza dirompente di un carico immaginativo così denso ha il merito di sopravvivere anche a una percezione meno colta e cosciente, in cui è necessario prima di tutto l’abbandono di qualsiasi atteggiamento di sospetto intellettuale, concedendo con coraggio ai propri sentimenti la precedenza sui propri pensieri. Eliot è per me un maestro che durante questi anni ho voluto ascoltare come si ascolta un amico. E, se lo posso aggiungere, non c’è mai stato tra di noi un rapporto intellettuale o esclusivamente concettuale. Il sospetto che la poesia di Eliot sia difficile è un ostacolo difficile da rimuovere, intanto perché è estremamente diffuso e poi perché è comodo rifugiarsi in una sorta di indicibilità che rende la poesia di Eliot penosamente lontana dall’uomo. In effetti Eliot parla dell’uomo, all’uomo si rivolge, ed egli stesso è parte della poesia come voce narrante.
La poesia della Terra Desolata è come una musica di idee
di tutti i generi, astratte e concrete, generali e particolari
e, come le frasi del musicista, sono disposte non in modo che
ci dicano qualcosa, ma in modo che i loro effetti su di noi
possano combinarsi in un tutto coerente di sentimenti e di atteggiamenti,
producendo, come dice Richards, una particolare liberazione
della volontà. Credo che questo sia anche il compito
del teatro e dell’arte in genere. Sono bellissime le parole
di Richards, liberazione della volontà. Quella che spesso
invano, ma a ragione, ci si ostina a chiedere agli spettatori.
Un po’ come essere liberi sessualmente. Senza aspettative,
ma del tutto nell’esistenza, nella percezione, nel fare.
Con la Terra Desolata poi, la liberazione della volontà
è necessaria, anzi indispensabile e lo stesso Eliot ci
chiede di ignorare, e dichiara assolutamente non indispensabile
che dei suoi versi si conosca o si riconosca la fonte. E che
le sue note a margine furono aggiunte proprio perché
si stavano creando troppe interpretazioni totalitarie. Sono
i livelli della percezione e sono anche quelli del teatro. I
livelli sono soggettivi, e nessuno di essi è superiore
all’altro, o è corretto o è culturalmente
più fondato. Io stesso ho cambiato livello man mano che
la mia consapevolezza si è modificata, ma è sempre
stato un rapporto fisico, emotivo, quel tipo di trascinamento
che si può provare osservando un dipinto, ascoltando
un suono o una musica. Ecco, questa è una cosa che sono
sicuro appartiene a tutta la poesia e a tutta l’arte in
genere. Ed è con questa volontà liberata che ho
lavorato alla Terra Desolata. E in questo lavoro sono stato
inevitabilmente aiutato, se così posso dire, dalla forma
e dalla struttura e da certe specificità dei versi di
Eliot. Intanto l’elemento drammatico è presente
nella poesia di Eliot nella galleria di personaggi in azione
o, come nel caso della Sibilla Cumana, nell’immobilità
eterna, nei ritratti vivi e realistici della Dattilografa e
dell’Impiegato foruncoloso, della chiaroveggente Madame
Sosostris, dell’Oste, delle donne del pub londinese, delle
coppie di amanti sterili, di Tiresia, testimone dello sfacelo
odierno, per citarne solo alcuni: ritratti anche brevi, frammentari
e impersonali che riflettono un mondo di solitudine o che presentano
frammenti di esistenze quotidiane estremamente sintetizzate
con segni quasi unicamente pittorici, in un ambiente e in una
atmosfera di degradazione e di dissociazione morale. Io ho visto
tutti questi personaggi fisicamente, li ho incontrati e creati
insieme ai miei attori e ho con loro attraversato la nostra
Terra Desolata, nel modo più libero e personale, senza
dovere essere mai costretti a giustificare il nostro fare secondo
un’attinenza già scritta e decisa dalle mille interpretazioni
che sono state date dai critici letterari. E questa è
forse la più grande motivazione del mio progetto: la
Terra Desolata non solo parla ancora di ciò che accade
oggi ma lo racconta nell’unico modo possibile, cioè
senza raccontarlo, in un modo non lineare, giustapposto, che
ha bruschi cambiamenti di spazio, di tempo, di personaggi, con
una sorta, per usare qui le parole di un critico, di zapping
ante litteram.
Il mio interesse è rafforzato quindi dalla particolare struttura del poema, la cui organizzazione può essere chiamata, per analogia, musicale. Teatralmente, ma solo apparentemente, sembra non mostrare alcuno sviluppo ed è quindi di grandissimo interesse anche per una sperimentazione che riguarda il metodo compositivo di un teatro libero, emotivo e non strettamente riproduttivo. Condivido con Eliot e con il suo metodo compositivo molti elementi. Ho sempre letto la Terra Desolata come una visione in cui si succedono mille fotogrammi di centinaia di altri film. Uno straordinario montaggio da cui poi è nato un film del tutto inedito, la cui prima scena invece del famoso e supercitato “Aprile è il più crudele dei mesi…! è diventato “Falling towers\ Jerusalem Athens Alexandria\Vienna London\Unreal”. Quelle torri crollanti continuano ancora oggi a schiantarsi al suolo. La parola profetica di Eliot non è mai sembrata tanto reale quanto oggi. Forse gli americani la riesumeranno dagli scantinati. La Waste Land del presente ci riporta a rileggere storditi queste pagine, quale civiltà potrà risorgere dalle nostre macerie? Il senso della Terra Desolata, come si può intuire dal titolo, è l'incapacità di rigenerarsi della vecchia e attuale società occidentale in cui il bagaglio culturale è soltanto qualcosa di vecchio e inutile, la religiosità affoga tra superstizioni e convenienze, e l'unico culto è quello del piacere immediato, la parola ha perso significato e i dialoghi sono spesso futili e privi di comunicazione. Inoltre, oggi più che mai, all’inizio di questo secolo, la contemporaneità dell’opera è altissima e purtroppo risulta immutata nel tempo nei suoi aspetti più tristemente profetici. Non ho mantenuto il montaggio di Eliot, prima di tutto perché non ero interessato a riprodurre in azioni sceniche ciò che lui aveva scritto in versi, e poi perché rivendico con forza anche una mia estraneità totale al concetto di attinenza. Con la poesia non si può fare a meno di se stessi, ed è molto inutile mettersi da parte e mettere da parte il proprio cuore. Se non avessi avuto alle spalle delle precedenti sperimentazioni, tutte comunque molto parziali, sarebbe stato molto difficile dare una forma compiuta allo spettacolo in un così breve tempo di prove. La Terra Desolata è un archivio inestinguibile di immagini cariche di senso, di visioni e di concretezze. I suoi personaggi, evocati, in azione, immobili nel tempo, sono tantissimi. E’ un viaggio a volte doloroso, altre volte apparentemente leggero, i climi e le atmosfere cambiano continuamente e spesso repentinamente. “Riuscirò a mettere ordine nelle mie terre?”, si chiede Eliot alla fine. Ecco se non mi fossi posto la stessa domanda partendo da me, non sarei stato un Regista Pescatore e l’attesa davanti al mare si sarebbe protratta per sempre.
Claudio Collovà
Scritto per il convegno “Walkie Talkie”
Milano, 2004

