Teatro e carcere
Intervista a Claudio Collovà di Alessia Franco
Il tuo percorso teatrale con i giovani detenuti inizia nel 1997, con Miraggi Corsari, dedicato a Pier Paolo Pasolini. Un lavoro, come hai più volte ribadito, assolutamente non pensato per questi ragazzi. Come è nata, allora, l’idea di lavorare con loro?
Miraggi Corsari è dedicato a Pasolini già nel titolo. Penso che i suoi scritti profetici, oggi, siano diventati veri e propri miraggi. Del tutto inascoltati e tenuti in conto solo da poche persone. Per questo lavoro cercavo persone che non fossero attori professionisti. Dopo alcuni tentativi di ricerca falliti nei quartieri periferici della città, e su suggerimento dell’allora Sindaco di Palermo Leoluca Orlando, la Cooperativa che dirigo prese dei contatti con il Centro di Prima Accoglienza. I Centri di Prima Accoglienza accolgono i minori fermati, tenuti sotto misura cautelativa e accompagnati fino all’udienza di convalida. Sono strutture non carcerarie, collocate nella maggior parte dei casi in città, e, nel caso risiedano presso il carcere minorile, sono sotto la giurisdizione dell’Ufficio Servizi Sociali per i Minori, e non sono in contatto con l’Istituto Penale.
E che cosa è successo?
Decidemmo di avviare un progetto teatrale rivolto ai ragazzi ospiti del Centro e una decina di loro scelse di aderire alla proposta. I provvedimenti a cui sono sottoposti i ragazzi non escludono la possibilità di uscire dalla Comunità, quindi decidemmo di lavorare in un luogo esterno. Il luogo delle prove, dove poi venne presentato anche lo spettacolo, era ubicato ai Cantieri Culturali alla Zisa, una zona palermitana di “archeologia industriale”, costituita da capannoni in disuso, ristrutturati dall’amministrazione comunale e messi a disposizione di operazioni culturali: mostre, spettacoli teatrali, rappresentazioni di danza o concerti. Per favorire la responsabilizzazione dei ragazzi, raggiungevano da soli i luoghi delle prove e, quando si finiva di lavorare a sera tarda, la compagnia teatrale si faceva carico di riaccompagnarli in Comunità.
Il tuo teatro attinge alle arti visive: dal cinema alla pittura, alla fotografia. Così è stato anche per Miraggi Corsari, a conferma del fatto che non hai cambiato né facilitato il tuo lavoro con i ragazzi. Quali sono stati i punti di partenza?
Il progetto ha preso in esame due film: Edipo re e Il vangelo secondo Matteo e in queste due opere cinematografiche i volti dei personaggi sono volti semplicemente veri perché presi dalla strada. Pasolini, come aveva fatto Caravaggio secoli prima, ha avuto il coraggio di dare volti del popolo a ruoli anche sacri. E così ho voluto fare anche io. Nello spettacolo la vita di Edipo e Gesù viaggiano come vite parallele, quella del mito e della storia: sono esistenze che hanno molto in comune, a cominciare dalla nascita misteriosa, allo scampato infanticidio, al ritorno dell'eroe prima acclamato e poi tradito, ai miracoli contro la peste e la lebbra o la cecità, fino alla morte a furore di popolo, cacciati via dalla comunità o uccisi sulla croce.
Il tuo non è un teatro facile. Non lo è mai stato. Ogni spettacolo è ad un tempo un microcosmo e la chiave di lettura per interpretarlo è del tutto soggettiva. Un’operazione non semplice dal punto di vista teorico e tecnico anche per gli attori professionisti. Come hanno reagito i ragazzi?
Con i ragazzi discutemmo molto e guardammo
i due splendidi film di Pasolini più volte. Mostrai loro
anche molti dipinti sacri del nostro Rinascimento, dalla crocifissione
alla deposizione del Cristo. Ci esercitammo molto nel rifarli
tali e quali, con le stesse pose, era un esercizio che automaticamente
ti faceva guardare il dipinto con una attenzione e una profondità
notevole, alla ricerca del più piccolo dettaglio da correggere.
Dall'imitazione passavamo poi all’anima e in questo i
ragazzi erano spesso più rapidi di noi. Di tutto questo
ho parlato ai ragazzi e ai miei attori man mano che procedevo
con le prove. Ricordo il primo giorno in cui dieci ragazzi si
presentarono sulla soglia del teatro. Ci strinsero la mano e
ci baciarono, una operazione lunghissima che hanno poi ripetuto
ogni giorno anche più volte! Ma l'inserimento è
stato naturale e graduale, si misero a lavorare con noi prima
per semplice emulazione e poi con una coscienza davvero sorprendente.
Lavoravano come noi, alcuni optarono per la scenotecnica, altri
per la sartoria teatrale, altri decisero di provare come attori,
e altri ancora preferirono dedicarsi ai cosiddetti servizi di
sala, accoglienza pubblico etc. Lo spazio, tutto il teatro e
le sale connesse, divennero per quattro mesi il centro di un
lavoro quotidiano molto appassionato. Le prove cominciavano
alle tre, ma la mattina lavoravano i ragazzi della scenotecnica,
della attrezzeria e della sartoria, guidati da uno scenografo
e da una costumista del mio gruppo.. La cosa più bella
per me fu vedere crescere lo spettacolo grazie a quei gruppi
apparentemente divisi che lavoravano l'uno per l'altro con grande
rispetto.
Credo che la cosa più forte che stava succedendo riguardava
il fatto che i ragazzi avevano preso con il tempo (diciamo una
quindicina di giorni) coscienza di essere parte di un gruppo,
una comunità che lottava unita per lo stesso scopo. Il
che non è poco se si pensa alle difficoltà che
i ragazzi hanno nell'essere in contatto con gli altri senza
ostilità e risentimento.
Alle tue spalle c’è una forte preparazione teorica non soltanto teatrale visto il tuo amore viscerale per le arti visive, di cui abbiamo già parlato. Ma il tuo teatro è fortemente impregnato di una logica da bottega dell’arte, in cui è molto importante “imparare facendo”. E, anche nel lavoro con i giovani detenuti, sono fondamentali i laboratori.
E’ vero. I laboratori hanno lo scopo di produrre i materiali necessari alla rappresentazione, ma nel contempo sono stati pensati per permettere ai ragazzi l’acquisizione di tecniche e metodologie professionali. Prescindendo da una trasmissione accademica delle nozioni. Oltre al sapere teorico, attraverso tali attività si cerca di trasmettere anche una visione del mondo, un’etica del lavoro, un’esigenza di rigore basato sul rispetto dell’altro, valori aggiunti a quello prettamente performativo. Il fatto che tali valori vengano mediati da un contesto stimolante e da rapporti reciproci ricchi dal punto di vista relazionale, rende la loro trasmissione particolarmente significativa: i messaggi offerti in luoghi e contesti “catalizzatori di fiducia” rappresentano veicoli primari di apprendimento, soprattutto sotto il profilo comportamentale e valoriale
Che peso ha per i giovani detenuti il sentirsi parte di un gruppo?
Il modello di lavoro complessivo è fortemente ispirato all’idea di gruppo che, pur diviso al suo interno in relazione ai diversi compiti, è compatto e coinvolto in tutti gli aspetti connessi all’esito finale. Il clima che si intese promuovere fu quindi improntato al reciproco ascolto e interesse, contro l’individualismo e il culto della personalità. Non ci sorprese quindi, che molti ragazzi impegnati nella realizzazione delle scenografie, al termine del loro lavoro si fermassero ad assistere alla sessione di prove dei compagni e questi ultimi giungessero in anticipo al luogo delle prove per vedere in prima persona l’evolversi del lavoro degli altri.
Miraggi Corsari è andato in scena per dieci sere, con una massiccia presenza di pubblico…una prova molto impegnativa…
Occorreva essere allenati a sostenere lo sforzo di dieci repliche, non solo per gli attori, ma per tutti gli altri, dai tecnici a coloro che si occupavano dell'accoglienza del pubblico. Ma la tenuta è anche il senso compiuto del lavoro quotidiano, quello che ti fa capire che guadagnare dei soldi richiede sudore e sacrificio e però quei soldi guadagnati hanno un sapore diverso. Noi abbiamo sostenuto lo sforzo economico di pagare i ragazzi con contratti di formazione lavoro, perché riteniamo sia un momento importante per loro ricevere del denaro alla fine del lavoro, una gratificazione che molti di loro, tra l’altro, provavano per la prima volta. Nel nostro lavoro con loro, questo abbiamo imparato: che il teatro può essere veicolo di trasformazioni sostanziali purché sostenuto dal senso del lavoro. L'applauso, il calore del pubblico, le strette di mano e i baci sono tutte forme di affetto che ai nostri ragazzi mancano e la cui mancanza è stata spesso artefice di scelte dolorose e vite a rischio. Ma guadagnare dei soldi aggiunge un senso al lavoro direi fondamentale.
Miraggi Corsari è stato rappresentato ai Cantieri Culturali alla Zisa, un luogo suggestivo di archeologia industriale…in che misura il posto ha condizionato lo spettacolo?
Avevo ideato il progetto con lo scenografo Fabrizio Lupo che disegnò e con i ragazzi realizzò una scenografia di formidabile impatto visivo, utilizzando il meraviglioso spazio del capannone industriale Tre Navate, già carico di memoria, al meglio. Due grandi zattere si muovevano su binari, mosse da un argano di legno e insieme a quello del teatro usammo il linguaggio del cinema girando un cortometraggio intitolato L'Alchimista, ovvero il personaggio che genera la vita di Cristo e di Edipo e il loro impossibile incontro nell’ultima scena, poco prima di morire. Il personaggio dell'Alchimista specula sulle due vite eroiche che condividono lo stesso destino e la loro vita è vista nel suo svolgersi, dalla nascita alla morte, quest’ultima avvenuta con la tragica corresponsabilità del popolo. Miraggi Corsari è stato senza dubbio debitore a un luogo già esistente che appariva diviso in zone fin dall’inizio: una ben visibile, agibile e di rappresentazione, al cui centro avevamo scavato una grande fossa che avrebbe ospitato i corpi di Cristo e di Edipo simbolicamente seppelliti insieme come in una tomba di famiglia, e una invece più nascosta e segreta, distante dal pubblico e avvolta nelle ombre.
Nel tuo lavoro ti muovi spesso a tappe, presentando al pubblico i primi studi, i primi frammenti, quasi volessi saggiare una struttura che prende forma via via, senza avere idea però di dove questi primi frammenti ti porteranno. E’ successo anche per le tue esperienze con i giovani detenuti…con L’isola dell’Esilio, ad esempio.
L’isola dell’esilio è stata a tutti gli effetti
la prima tappa di avvicinamento allo spettacolo La Caduta degli
Angeli. Insieme agli attori professionisti c’era un gruppo
di ragazzi provenienti dalla Comunità, e un gruppo di
attori giovanissimi che fanno parte di Fondazione Parada Bukarest,
ragazzi che hanno vissuto la loro adolescenza nelle fogne di
quella città e letteralmente tirati fuori dal clown Miloud
Oukili.
È stato uno dei viaggi più interessanti da me
compiuti. Ho visto i nostri ragazzi fraternizzare fino alle
lacrime dell’addio con i ragazzi rumeni. Quest’ultimi
erano acrobati e clown disponibili a vivere quest’avventura
fino in fondo, e tutto il mondo da loro prodotto in quel mese
intensissimo ha finito poi per far parte de La Caduta degli
Angeli. Così devo a loro parte del successo di questo
spettacolo. Ma, a parte il risultato artistico, ciò che
ci è rimasto dentro, riguarda soprattutto la sfera umana
La caduta degli angeli aveva come principale fonte di ispirazione I drammi celtici, di William Butler Yeats. Affronta il tema della lotta come concentrazione e allenamento costante per raggiungere un obiettivo finale. Che, poi, è tra i principi fondanti del tuo teatro…
Sì, è il racconto di una
battaglia e di un eroe che si propone come ritratto di tutte
le battaglie compiute e di tutti gli eroi esistiti, come Sundiata,
Coroliano e Sun Pin. Venne indagata anche l’azione umana
in particolari condizioni quali l’organizzazione e l’azione
in battaglia, dove la concentrazione deve raggiungere alti livelli
di intensità. Come nel teatro, anche in battaglia è
indispensabile elevare il livello di conoscenza e di addestramento
di tutti coloro che partecipano a un’impresa.
Un aspetto di rilievo è rappresentato poi dalla qualità
del rapporto instaurato con gli educatori. Spesso gli educatori
hanno assistito alle sessioni di prove, assicurando una presenza
non invasiva e intervenendo all’occorrenza su eventuali
problemi comportamentali da parte dei ragazzi. Alcuni in particolare
hanno seguito il gruppo anche fuori Palermo, a Roma e a Noto,
e, proprio in quest’ultima occasione, hanno partecipato
attivamente al laboratorio, entrando a far parte dello spettacolo
L’isola dell’esilio.
Sono trascorsi dieci anni da Miraggi Corsari, il primo spettacolo e il primo argomento di questa intervista. Il bilancio è più che positivo, ma mi sembra che, più che parlare di bilanci, sia meglio parlare di sogni. Sei d’accordo?
Il sogno, sì, certo.. Il mio impegno è rivolto a rendere quest’esperienza stabile, attraverso la creazione di una vera e propria casa/bottega, dove imparare tutti i mestieri legati alla produzione di uno spettacolo teatrale, e in modo da ottenere uno spazio da far diventare punto di riferimento per la città di Palermo, ma anche per le realtà analoghe che operano nel resto d’Italia e d’Europa.
Torna quindi, attraverso il progetto di una casa-bottega, la teoria dell’imparare facendo, propria del tuo teatro…
Più che una teoria, come tu la chiami, è un processo che non ho certo inventato io. Imparare facendo è indispensabile per i ragazzi e per gli attori, c’è sempre nelle prove un aspetto pedagogico che, e questa è forse la differenza con la teoria, non rimane inapplicato. Attraverso il teatro si viene proiettati ogni volta in un mondo totalmente nuovo, è un viaggio verso approdi sconosciuti. I ragazzi vengono a contatto con modelli professionali e processi di lavoro per molti aspetti sconosciuti, con persone diverse, con stimoli culturali impegnativi e varie forme di espressione artistica. Sicuramente gli stimoli cui vengono sottoposti sono potenzialmente molto arricchenti per i ragazzi, ma essendo così diversi e così lontani dai loro abituali punti di riferimento, si presentano molto impegnativi, a volte destabilizzanti, come riflette la compagnia sulla base delle esperienze realizzate.
Quindi, vedresti la casa-laboratorio come una prosecuzione di una prima fase del lavoro, quando i ragazzi sono ancora detenuti. Palermo, però, è una realtà molto problematica anche per chi ha anni e anni di formazione teatrale alle spalle…
Vero. Per questo, il nostro intento è stimolare all’autoimprenditorialità e alla creazione di nuove imprese dello spettacolo. Per fare questo, naturalmente, è necessaria una collaborazione con gli operatori del settore rieducativi. Puntiamo, inoltre, anche alla diffusione degli spettacoli realizzati, non solo attraverso la circuitazione in festival e rassegne teatrali, ma anche attraverso l’organizzazione di manifestazioni culturali ideate per favorire una migliore conoscenza del problema del disagio giovanile e lo scambio tra realtà culturali e soprattutto teatrali. E' da Miraggi Corsari, cioè dal 1997, che ci battiamo per avere un luogo stabile da dedicare interamente al reinserimento nel mondo del lavoro dei ragazzi. Se si creasse una casa disponibile ad accogliere il processo di formazione in modo stabile e permanente molti problemi sarebbero superati. Crediamo che sia l'aspirazione di tutti quelli che hanno deciso di votare parte della propria attività a favore dei minori meno fortunati della nostra società. Non è solo il desiderio di vedere riconfermato il proprio lavoro, ma è anche necessario per non vanificare gli sforzi, annullare ciò che è nato, chiudere le porte dopo averle aperte.
Un progetto ambizioso. Mi sembra che contenga in sé i presupposti per ripensare in termini nuovi non solo il disagio giovanile, ma anche un modello diverso di rieducazione.
E' così che immagino il carcere
alternativo, una casa di lavoro che metta al primo posto, e
il teatro lo fa, valori importanti come il rapporto con gli
altri, il rispetto, l'onestà e l'umiltà fino a
strumenti importanti come la puntualità, la concentrazione,
la riscoperta del corpo e la totale mancanza di ostilità.
Se non si collabora si affonda, se non ci tiene per mano si
naufraga facilmente. E il famoso detto "tutti necessari,
nessuno indispensabile" vale nel teatro come nella vita.
I ragazzi hanno avuto la possibilità di confrontarsi
con un mondo al lavoro e a loro è bastato e anche oggi
basta, farne parte. C'è una scena in Miraggi Corsari
in cui i ragazzi interpretano i personaggi dell'Ultima Cena
di Cristo e mentre Cristo parla di amore con le bellissime parole
di Pasolini, essi lo deridono fino a inseguirlo e a ucciderlo.
E’ una scena violenta, otto ragazzi che inseguono come
farebbe una banda di teppisti un povero uomo che si è
perso per strada, nel quartiere sbagliato. Ci siamo chiesti
a lungo se era il caso, se non rischiavamo qualcosa a usare
la loro conoscenza ed esperienza per così dire, il loro
vissuto, in modo così aperto. Ma le nostre perplessità
svanirono quando, parlandone con loro, ci dissero di non preoccuparci.
"In fondo era solo teatro: e poi Cristo è morto
così, solo come un cane." - ci dissero. Ecco, crediamo
che all'interno del teatro, tutto è più comprensibile,
poiché noi lavoriamo con l'alterità, nella finzione,
per cui ciò che facciamo non corrisponde alla realtà
anche se ad essa allude. Vivere una rissa in scena, il cui esito
non deve mettere a repentaglio l’incolumità fisica
di nessuno. Una conquista niente male, se si pensa che solo
giocando spesso i ragazzi si facevano male involontariamente,
conquista dovuta al duro lavoro di laboratorio, che viene condotto
da Alessandra Luberti impegnata nella danza-terapia e nella
danza contemporanea come interprete e coreografa da tanti anni.
Alessandra svolge un lavoro fondamentale, importantissimo. Poiché
il teatro è molto fisico, e passa attraverso il corpo
e le emozioni che lo attraversano, direi che senza il suo lavoro
molti degli spettacoli da noi realizzati, non sarebbero stati
neppure pensabili.

