Teatro e carcere
CLAUDIO COLLOVA'
"Il teatro è il luogo in cui l'anima della realtà più comune mi appare radiante e il suo tempo ha la natura della rivelazione. Lì, persino nella luce più abbagliante, l'essenza stessa della vita affiora dai veli dell'apparenza e mi è possibile percepirla attraverso i sensi, e ri-conoscerla come un dono fino ad allora mai sperimentato (...) Il teatro è per me un momento di grazia in cui l'infinita immaginazione di noi uomini trasfigura il pane quotidiano dell'esistenza nel corpo radioso di una vita eterna e che sempre mi riguarda da vicino"[1]
Claudio Collovà, regista e autore teatrale, è nato a Palermo il 18 marzo 1957. Si è diplomato nel 1983 in regia e recitazione presso la scuola comunale di teatro Teatés, diretta da Michele Perriera. Fondamentale la sua esperienza con Antonio Neiwiller, artista e regista napoletano, con cui ha collaborato come attore negli spettacoli Dritto all'inferno, Salvare dall'oblìo e Canaglie. I suoi lavori sono stati prodotti, tra gli altri, dal Politecnico di Roma, da Teatridithalia di Milano, dal Teatro Garibaldi Unione dei Teatri d'Europa, dal Festival sul Novecento di Palermo, e all'estero a Bucarest dal Teatrul Mic, a Budapest dal Maladype Theatre e hanno circuitato in festival nazionali e internazionali di teatro. La sua poetica, principalmente legata alla pittura, alla fotografia e alla fisicità dell'attore, tende ad incrociarsi spesso con la danza e trae origine da fonti d'ispirazione non solamente teatrali. A partire dal '97 il percorso artistico di Collovà si è rivolto anche al disagio minorile, attraverso l'inizio di una collaborazione con l'Istituto Penale Minorile Malaspina di Palermo.
INTERVISTA A CLAUDIO COLLOVA'
L'intervista è avvenuta a Palermo, 8 gennaio 2009
Attualmente il suo percorso artistico si rivolge contemporaneamente sia ad un lavoro prettamente teatrale, condotto con la sua compagnia[[2], che ad attività svolte all'interno del carcere minorile di Palermo. Ci sono dei legami tra queste due esperienze artistiche? Le modalità di lavoro sono integrate tra loro?
In realtà io sono un regista di teatro e quasi accidentalmente è successo che ad un certo punto abbia avuto a che fare con i minori del carcere. Probabilmente, il fatto che il mio lavoro non sia completamente orientato verso il disagio minorile può anche essere considerato un bene e una fortuna per il lavoro che faccio con i ragazzi. Infatti, loro si trovano ad avere a che fare con un artista che ha già un suo percorso e una sua strada da seguire e questo fa sì che i progetti non siano strettamente concepiti per i ragazzi, ma abbiano già una struttura ideativa forte che sarebbe comunque stata seguita al fine di una loro realizzazione. La mia attività con i minori, dunque, inizia così: mi presento in carcere con la mia compagnia e comincio a fare il mio lavoro. I ragazzi, quindi, si trovano a far parte di questi progetti a cui lavorano in stretta collaborazione con tutti i componenti della mia compagnia; naturalmente, durante il progetto, tengo fortemente conto anche della presenza dei ragazzi e questo può provocare dei cambiamenti, ma c'è già un progetto chiaro e prestabilito, basato su un piano essenzialmente artistico, ed è proprio questo che bisogna seguire.
Le attività da me condotte all'interno dell'ambiente carcerario hanno avuto inizio nel '97 e hanno continuato a proseguire, con mio orgoglio, fino all'anno scorso in cui è stato realizzato un importante progetto artistico che ha accomunato tre carceri minorili di tutta Italia, Milano, Bologna e Palermo. Si tratta di un lavoro sul King Lear che ha consentito a tre diversi registi di avvicinarsi a quest'opera da punti di vista differenti, seguendo un lavoro artistico originale e indipendente. [3]
Per quanto mi riguarda, quindi, lavorare all'interno di un carcere minorile non costituisce una specificità tanto forte da provocare una vera rottura rispetto al mio percorso artistico tradizionale: sono due esperienze che camminano parallelamente e che costituiscono in egual misura la mia attività registica.
Dunque il suo percorso di lavoro in carcere ha inizio nel '97. Ma quali sono gli elementi che l'hanno avvicinata a questa nuova esperienza?
A dire il vero, non ho mai avuto, almeno all'inizio della mia carriera, nessuna vocazione per lavorare nel carcere. Non avevo avuto assolutamente idea di che ti tipo di lavoro si potesse fare in un carcere minorile e non mi ero neanche mai posto il problema. In realtà tutto è cominciato mentre stavo lavorando a Miraggi Corsari; si tratta di uno spettacolo dedicato all'opera filmica cinematografica di Pasolini, e in particolare a due film: Il Vangelo secondo Matteo e L'Edipo Re. In questi spettacoli la figura di Cristo e di Edipo erano seguiti nel corso della loro breve vita in modo quasi parallelo; chiaramente frequentando Pasolini e il suo immaginario umano ed essendo influenzato dai volti e dalle immagini degli attori che Pasolini usava, mi resi conto che avrei avuto bisogno di una componente che fosse più reale, non professionistica, non attoriale e ho pensato che sarebbe stato interessante lavorare anche con dei giovani. Così, spinto da questo desiderio di ricerca e influenzato dai volti scelti da Pasolini, mi avvicinai all'ambiente del carcere minorile di Palermo, guidato e sostenuto da Leoluca Orlando, allora sindaco, che aveva da sempre seguito con grande interesse il mio lavoro. La scoperta del carcere minorile è stata, dunque, del tutto casuale ed è avvenuta originariamente non per motivazioni educative o sociali, bensì per motivi artistici. Non mi vergogno assolutamente di parlare dei veri motivi del mio avvicinamento al disagio minorile, nonostante spesso sia un po' criticato per la mia sincerità, purtroppo non sempre presente in altre figure coinvolte in questi ambiti.
Nel momento in cui ha iniziato a lavorare nel carcere minorile ci sono stati dei cambiamenti o delle evoluzioni artistiche all'interno della sua compagnia? Come avviene l'unione tra gli attori professionisti e i ragazzi? Si riesce a raggiungere la creazione di un vero gruppo?
Come ho già accennato, i miei lavori sono sempre condotti dalla mia compagnia a cui si aggiungono i ragazzi del carcere. Già la prima esperienza del '97 aveva visto la partecipazione di dieci ragazzi del carcere minorile che si erano uniti ad una compagnia costituita da dieci attori professionisti; a partire da quel momento la formula attraverso cui avviene la formazione della compagnia che lavora in carcere è rimasta quasi invariata. La presenza dei ragazzi che partecipano ai progetti varia continuamente: non ho mai avuto, se non forse all'inizio, qualche ragazzo che ha partecipato a più di un lavoro. I ragazzi all'interno del carcere minorile cambiano molto velocemente e dunque bisogna sempre ricominciare a lavorare dall'inizio; questo ricominciare d'accapo fa bene anche alla mia compagnia perché ci aiuta a diventare sempre più affidabili nel lavoro e coscienti di quello che facciamo. Durante lo svolgimento dei progetti con i minori, quindi, non sono solo, ma efficacemente accompagnato da altri collaboratori. Ritengo che questo sia un bene per i ragazzi in quanto si trovano subito coinvolti in una realtà di lavoro: fanno in fretta ad inserirsi, e non potrebbe essere altrimenti dato che generalmente si presentano in numero uguale o inferiore rispetto a quello degli attori professionisti. Affinché si possa creare un vero gruppo è importante che i ragazzi lavorino insieme e partecipino attivamente alla realizzazione delle varie componenti dello spettacolo teatrale: alla scena, ai costumi e anche, con qualche cautela all'illuminotecnica, o alla regia. I ragazzi conducono i compiti che gli sono affidati sempre in collaborazione con i componenti professionisti della compagnia e spesso si trovano anche a lavorare a stretto contatto con veri e propri maestri che gradualmente diventano dei loro compagni.
Questa partecipazione totale a tutte le componenti dello spettacolo fa si che nasca insieme a tutti gli altri un gruppo di lavoro che lotta insieme; questo lottare insieme per un fine comune, ossia la realizzazione di uno spettacolo, è per loro un elemento fondamentale perché gli consente di provare la sensazione di essere realmente parte di un gruppo e di scoprire nuove dimensioni comunicative e relazionali.
Da queste parole, dunque, sembra che l'obiettivo finale dei progetti svolti in carcere riguardi la produzione di uno spettacolo conclusivo. Questo intento è sempre presente o sono anche stati realizzati dei progetti laboratoriali non necessariamente volti a finalità artistiche e rappresentative?
Generalmente i miei laboratori sono finalizzati ad una messa in scena e quindi hanno sempre una motivazione molto forte dietro, ossia quella di lavorare per poter produrre un vero spettacolo teatrale. Tant'è vero che lotto sempre affinché, quando è possibile, lo spettacolo venga anche rappresentato al di fuori dell'ambiente carcerario, nei teatri a cui accede un pubblico "normale" e accanto ad altri spettacoli di teatro "puro". Quando ciò avviene, ritengo che sia necessario presentare lo spettacolo semplicemente in qualità di produzione artistica, evitando di suscitare nel pubblico un atteggiamento generoso, viziato dalla consapevolezza della provenienza di alcuni attori dal carcere. Questo non vuol dire dover nascondere la presenza dei ragazzi, ma semplicemente non metterla in mostra: se uno spettacolo è artisticamente valido, lo è a prescindere dalla formazione della compagnia che lo mette in scena. Un atteggiamento di questo tipo, inoltre, è senz'altro più professionale e dignitoso per i ragazzi e li allontana da un giudizio spesso falso e un po' ipocrita.
Durante i progetti, infatti, i ragazzi acquisiscono molte competenze ed iniziano ad entrare in contatto con la professionalità del lavoro artistico. Ciò avviene anche grazie a dei laboratori propedeutici che sono molto importanti perché, pur costituendo una base conoscitiva per le eventuali successive rappresentazioni teatrali su cui lavorare, non hanno un'immediata finalizzazione allo spettacolo. Proprio per questo motivo sono molto più tranquilli, più liberi, meno specifici, ma ugualmente fondamentali perché consentono di lavorare anche sul piano relazionale e sulla formazione del gruppo. Durante i laboratori propedeutici, infatti, si conduce solitamente un lavoro sul gruppo e sul contatto fisico: la maggior parte dei ragazzi che partecipano sono completamente disabituati ad un contatto che non sia violento e, dunque, lavorare su questo aspetto può avere una valenza educativa e relazionale molto importante per i ragazzi. Per esempio, avere una componente femminile all'interno del mio gruppo li aiuta molto perché fornisce la possibilità di relazionarsi in maniera diversa anche nei confronti dell'altro sesso, dando ai ragazzi la possibilità di capire che esistono diversi tipi di relazione e comunicazione. Il teatro è molto utile a loro perché entra in contatto fisico con la persona, sono costretti, non con la forza ma per la dinamica del lavoro stesso ad entrare in ascolto, cosa che per loro è molto difficile all'inizio, ascoltare l'altro fisicamente, ascoltarlo nello spazio, ascoltarlo nel lavoro quotidiano.
Come si procede alla costruzione dello spettacolo dal punto di vista creativo? Precedentemente ha detto che la presenza dei ragazzi è tenuta in conto nonostante il progetto su cui lavorare sia già sostanzialmente definito. Ma quali sono i principali nuclei di lavoro?
Gli spettacoli non vengono costruiti in maniera differente da come realizzo gli altri spettacoli teatrali con la mia compagnia. Il mio percorso, anche se è variato giustamente negli anni, è principalmente basato sulla formazione di un gruppo di lavoro forte e collaborativo; a questo fine è necessario per me lavorare in un primo momento su degli esercizi di ascolto di sé e dell'altro, che tendono anche ad affinare la propria sensibilità e quella del gruppo, ad incrementare la conoscenza tra i componenti e le capacità di collaborazione e comunicazione. Dopo un periodo di conoscenza e di formazione del gruppo si comincia anche a parlare del lavoro, dello spettacolo vero e proprio, di cui io ho, come avviene sempre per me, delle visioni abbastanza annebbiate e confuse all'inizio, e che grazie al lavoro che si fa quotidianamente tendono a schiarirsi e concretizzarsi. Chiaramente ogni incontro si apre con una fase di training che non è mai finalizzato a se stesso: a volte può divenire una specie di warming up, però in realtà, così come tutti i training fisici, porta al raggiungimento di uno stadio che serve soprattutto a creare parte del materiale che interessa per lo spettacolo.
Il corpo e il movimento hanno un ruolo sicuramente importante in ambito artistico, ma anche comunicativo e relazionale. Che rilevanza assumono questi elementi nel suo lavoro artistico?
In genere, sia con i ragazzi che con i miei attori, il mio lavoro è fondamentalmente basato su un lavoro fisico. Per me, infatti, il lavoro fisico è importantissimo, tutto parte da là: se il corpo è vivo, attivo, vibrante, tutto il resto è secondario, o meglio conseguenziale. Si tratta di un'attività fisica che porto avanti insieme ad Alessandra[4], che si occupa dei laboratori di movimento seguendo delle attività a cui talvolta io stesso partecipo e assisto. Solo in questo modo posso veramente rendermi conto delle difficoltà che alcuni hanno nell'esprimersi attraverso il proprio corpo, e imparo ad accettare anche la loro incapacità: su quella, infatti, si può anche lavorare, non trasformandola in capacità ma lasciandola così com'è, e traendone quanto c'è di più profondo. Questa attenta osservazione delle modalità relazionali dei ragazzi si verifica non solo durante i laboratori di movimento, ma anche durante quelli musicali, di scenografia...il mio lavoro, quindi, è principalmente basato sullo spazio, sul tempo, l'azione fisica e il corpo soprattutto. Durante il processo creativo spesso mostro ai ragazzi parecchie cose e parlo loro molto delle mie idee; altre volte attraverso invece periodi in cui non parlo proprio ma lavoro e basta. I ragazzi impiegano solitamente poco tempo a sentirsi dentro il gruppo. Chiaramente ci sono anche casi di persone più difficili, in cui interviene la timidezza, o la voglia di sentirsi più importanti degli altri, la competizione; sono tante le problematiche che si incontrano e vanno affrontate giorno dopo giorno.
Come vengono scelti i ragazzi che partecipano al progetto? E come si rapportano alla compagnia e alle attività proposte?
I ragazzi non vengono scelti da me, ma dagli educatori, in base alla loro disponibilità, presunta capacità e condotta. In seguito a questa prima selezione, incontro tutti i ragazzi che sono stati segnalati per la partecipazione al progetto e dico loro cosa faremo, come lo faremo e quante ore lavoreremo. Parlo loro della serietà del lavoro, delle possibilità professionali che offre, anche della probabilità di andare in scena davanti ad un pubblico reale. Certe volte mostro ai ragazzi anche alcune immagini, come dei video di esperienze precedenti con alcuni dei loro futuri colleghi in scena. Dopo essere entrato in contatto con i ragazzi e aver spiegato loro gli obiettivi del progetto, sono gli educatori che stabiliscono realmente chi coinvolgere e a chi fare la richiesta di partecipazione, in base anche alla loro reazione in seguito al colloquio svolto con me. Sicuramente quello che voglio è che da parte dei ragazzi che partecipano al progetto ci sia una forte voglia di tentare, di fare. Ciò non vuol dire che io non abbia avuto casi di ragazzi che inizialmente non avevano alcuna intenzione di mettersi in gioco e che poi invece sono stati molto coinvolti nel lavoro, però sono sempre molto restio a costringere qualcuno ad avvicinarsi a questi progetti che, in definitiva, per come li svolgo io, prevedono anche un lavoro molto duro che richiede concentrazione, preparazione, sforzo, e che è sicuramente ben lontano dall'essere un lavoro superficiale o di intrattenimento.
Ritengo che una grande difficoltà consista nel sostenere e supportare i ragazzi durante il progetto. Qual è la loro percezione rispetto alle attività proposte? Come si pone generalmente davanti a queste esigenze?
Intanto ci vuole tanta pazienza; bisogna saper aspettare perché è normalissimo che i ragazzi all'inizio abbiano delle difficoltà ad approcciarsi seriamente al progetto proposto. Un'attività teatrale richiede un lavoro molto profondo sull'espressività e questo determina anche un doversi mettere in gioco in prima persona. Ma non è assolutamente facile esporsi, non lo è neanche per noi, figuriamoci per questi ragazzi che non sono mai stati abituati a questa pratica! Inoltre non bisogna sottovalutare che, soprattutto inizialmente, l'attività laboratoriale proposta possa essere vista dai ragazzi come un momento ludico. D'altra parte, visto che vengono da una cella, è normale che la loro prima percezione può essere facilmente legata al desiderio e alla possibilità di evadere, incontrare e toccare altre persone: come alcuni ragazzi mi hanno detto, lavorare al progetto gli consente di vivere dei momenti si svago ed evasione, quanto meno mentale. Molto spesso mi è successo di dover attendere a lungo prima che alcuni ragazzi "più difficili" si inserissero all'interno del gruppo. In questi casi può essere molto utile interagire con i ragazzi anche attraverso attività di avvicinamento non decisamente teatrali. Sicuramente importante, infine, è instaurare con i ragazzi un dialogo sincero, senza avere urgenza, né il panico di non poter fare il proprio lavoro: è tutto un mondo in cui devi veramente e realmente saper attendere.
Il numero degli incontri e la durata del progetto possono quindi dilatarsi e distribuirsi in base alle esigenze dei ragazzi o sono comunque prestabiliti e invariabili?
I tempi purtroppo non sono molto elastici, nel senso che sono sempre legati ad un'economia; di conseguenza si stabiliscono a priori la durata complessiva del progetto e la cadenza degli incontri; non si tratta di un lavoro che si comincia e si completa solo nel momento in cui si ritiene di essere pronti e di aver raggiunto tutti gli obiettivi. Così come avviene nel teatro ad un certo punto arriva il pubblico e si va in scena.
Durante la sua esperienza ha avuto modo di lavorare con ragazzi di provenienze e culture differenti?
La mia mente va ai singoli casi...ho davanti le facce di tutti e adesso, in più di dodici anni di attività, penso di avere incontrato più di centocinquanta ragazzi, tutti molto simili caratterialmente tra loro. Un aspetto su cui rifletto spesso è che quasi mai, anzi mai, ho incontrato nella mia carriera un ragazzo della borghesia. Sono tutti ragazzi che hanno una provenienza proletaria, o vengono dai piccoli paesi o dai quartieri più periferici di Palermo e dunque molto difficilmente ho incontrato ragazzi con cultura diversa. Questa è una cosa che non mi spiego, non capisco perché in galera ci vadano a finire solo loro, è una classe ben precisa: tutti loro hanno delle caratteristiche molto simili. Ho avuto qualche straniero, qualche nord africano o qualche ragazzo proveniente dai paesi dell'est, ma la maggioranza è siciliana o comunque proveniente dal sud Italia.
Qual è la reazione dei ragazzi e della compagnia in seguito alla conclusione del progetto? Quali sono le sue emozioni?
Tutti gli spettacoli effettuati fino ad ora sono stati sempre dei successi reali, sia per il pubblico che a livello relazionale ed emozionale e questo comporta per me e gli altri attori della compagnia, ragazzi compresi, una grande emozione e soddisfazione. Questi spettacoli fanno tutti parte del mio normale curriculum[5] ma, più degli altri, godono di un valore personale ed artistico aggiuntivo molto forte, provocato proprio dal fatto di essere stati prodotti in collaborazione con i ragazzi del carcere. Vivere l'esperienza del progetto teatrale e andare in scena, infatti, è molto bello per i ragazzi, così come per gli altri componenti della compagnia e per me, così bello che alla fine io entro anche in crisi e mi domando se questo mio lavoro è utile o dannoso. Dopo mesi di attività e prove, infatti, avviene quel fatidico giorno in cui tutto finisce. Questo è un problema che probabilmente sentono tutti i registi che si occupano di teatro e carcere, soprattutto minorile: nel carcere "dei grandi" la parte della compagnia costituita dai detenuti è bene o male fissa, mentre nei carceri minorili solitamente i ragazzi escono relativamente presto. In questo caso, il vero problema non è tanto fare teatro in carcere, ma continuarlo fuori. Sarebbe ideale, infatti, iniziare ad investire su questa professione in carcere e poi mantenere l'attività anche all'esterno. Invece, una volta varcata la soglia del portone, i ragazzi mi cercano quasi sempre e se io non mi trovo a Palermo, o in quel momento non ho in atto nessuna produzione, o non posso offrire lavoro, non sapendo cosa fare, dopo pochi giorni, tornano nel circuito penale. L'attività teatrale, quindi, privata della possibilità di un proseguimento all'esterno delle mura del carcere, non è una vera ancora di salvezza: lo è solo per il periodo di reclusione, poi i ragazzi rimangono di nuovo soli e spesso rientrano nel rischio. Proprio per questo motivo, l'ultimo giorno di lavoro e di spettacolo è decisamente il più triste: è un lutto, sia perché il lavoro finisce, sia perché noi usciamo dal carcere, coscienti che ad un certo punto ci imbarcheremo in qualche altro progetto, mentre i ragazzi ritornano dentro. Questo è un problema molto serio; il teatro per i ragazzi non è un'attività ludica, ma un'attività in cui cominciano anche ad acquisire una professionalità: per loro, quindi, è molto frustrante non poter mettere a disposizione queste capacità fuori dal carcere. Sarebbe meraviglioso se i ragazzi, uscendo dal carcere, potessero trovare noi o altri professionisti e continuare a vivere questa esperienza, concretizzandola e rendendola più importante. Per questo io ho delle grandi perplessità emotive e non sempre sono felice di questo lavoro...
Quindi secondo lei il processo educativo messo in atto dall'attività teatrale proposta ai ragazzi tende ad essere vanificata poco dopo la fine del progetto...
Di tantissimi ragazzi che hanno lavorato con noi pochissimi, due o tre, hanno continuato questa attività teatrale, alcuni anche molto bene, e tutti gli altri no. Credo che forse un 30-40% sia rientrato nel circuito penale. Per cui alla fine mi chiedo davvero quanto sia determinante fare teatro in carcere se poi ai ragazzi non viene prospettato nulla dopo per il loro reinserimento sociale. Su questo bisognerebbe essere molto chiari e severi perché, da una parte toglierebbe immediatamente la sensazione che alcuni registi si occupano di teatro in carcere per motivi personali di apparizione, il che capita ed è inutile nasconderlo, e dall'altra sarebbe la fine di questo equivoco secondo cui il processo educativo del progetto teatrale sia eterno. Purtroppo non lo è, e non incide più di tanto. Si tratta indubbiamente di un'esperienza bella, forte e che, nel momento in cui è vissuta, produce nei ragazzi dei cambiamenti davvero radicali. Ma se al termine del periodo di detenzione questi ragazzi non ritrovano più chi gli ha offerto questa possibilità di cambiamento, tornano ad essere quello che erano, e molto presto. Lanciare il seme se poi la pianta non può crescere diventa quasi inutile; per questo penso che bisognerebbe lottare e dire con forza che il problema non è tanto fare teatro in carcere, quanto farlo anche dopo. Io non vedo altra soluzione, ma purtroppo la mancanza di sensibilità da parte delle istituzioni e di chi si dovrebbe occupare di questa situazione è enorme e veramente sconfortante.
Eppure le istituzioni parlano molto delle finalità educative del teatro e dell'arte...
Sì, ne parlano, e a volte con equivoci enormi e inoltre agiscono poco e senza una vera competenza, e il problema è che nel momento in cui non è garantita ai ragazzi la possibilità di mettere in atto le capacità conseguite, queste attività diventano fini a se stesse. Sono molti i politici che parlano con finto orgoglio delle attività che si fanno in carcere, ma spesso non è altro che un momento di esibizionismo personale: sembrano molto contenti e soddisfatti di essere riusciti a promuovere delle attività in carcere, ma dimenticano ben presto che i problemi sono fuori. Questo circuito criminale si potrebbe bloccare forse solo se la società capisse che spetta proprio ad essa il compito di riaccogliere questi ragazzi; ma deve farlo pienamente, con molta forza e far si che strutture come le nostre o artisti che, come noi, operano in questo settore possano continuare il loro lavoro con i ragazzi anche fuori dal carcere, dando loro la possibilità di crescere professionalmente e di diventare artisti liberi e indipendenti, liberandosi da quell'etichetta che li classifica solo come un "problema sociale". Questo pensiero è spesso espresso dai noi registi che ci occupiamo di teatro e carcere, ma le nostre parole restano quasi sempre vane, si perdono dietro gli sguardi degli addetti al mestiere e persino dei politici, che si occupano del carcere senza allungare il loro sguardo verso il futuro di questi ragazzi. Una mia richiesta fondamentale è che ci possa essere la possibilità di stare con i ragazzi anche dopo il carcere, soprattutto dopo il carcere. Se questo non avviene, se non si prevede alcuna forma di supporto per il reinserimento, il lavoro che si fa durante il periodo di detenzione, che potrebbe essere senz'altro fondamentale, diviene assolutamente vano. Questo è un atteggiamento assistenzialista e ipocrita che la società ha da sempre nei confronti delle persone più deboli, un comportamento che trova la sua perfetta conclusione nella frase emblematica: "se non ce la fanno, non è colpa nostra, noi abbiamo dato loro delle belle opportunità".
Dunque sarebbe molto diverso se ai ragazzi fosse garantito un sostegno sociale anche al di fuori del carcere e forse anche la valenza educativa del teatro potrebbe essere molto più profonda...
Certamente, se ci fosse la possibilità di continuare questi progetti anche all'esterno del carcere l'esperienza svolta dai ragazzi avrebbe un valore molto più profondo e duraturo, e probabilmente potrebbe anche allontanare molti più ragazzi dal rischio di rientro nel circuito penale. D'altra parte la validità educativa del teatro è indubbia e fa parte della sua stessa natura: il teatro, infatti, è un'arte espressiva che mette le persone in una relazione anche emotiva e fisica molto profonda. Sarebbe fondamentale, utopisticamente, poter condurre dei progetti teatrali con gruppi misti, formati da attori che in passato hanno vissuto un'esperienza di detenzione e che, in futuro, si ritrovano a lavorare con ragazzi che stanno vivendo la stessa esperienza: in questo caso la valenza educativa sarebbe davvero molto rilevante.
Molto spesso i progetti rivolti ai minori detenuti sono pensati in maniera molto semplicistica e riduttiva. La sua posizione artistica, tuttavia, a giudicare dalla complessità dei temi trattati nei suoi spettacoli e dalla loro costruzione, sembra discostarsi parecchio da questa idea...
Sì, credo che questo problema sia legato alla visione sociale assistenzialistica, che spesso determina una profonda debolezza dei progetti: ad essere sottovalutati sono non solo l'oggetto e la natura del progetto stesso, ma anche una sottovalutazione dei ragazzi che dovrebbero aderire. Per quanto mi riguarda, invece, non bisogna assolutamente sottovalutare le capacità di comprensione dei ragazzi, ma fornire loro la possibilità di misurarsi e confrontarsi anche con temi apparentemente molto complessi. Ad esempio, il fatto che i ragazzi con cui lavoro seguano un progetto che avrei comunque realizzato, ha permesso loro di avere a che fare con figure come Pasolini, Magritte, Shakespeare, Joyce, e nessuno di loro si è mai posto il problema di non avere le conoscenze necessarie per affrontarle. Bisogna semplicemente usare un linguaggio che riesca a far percepire ai ragazzi, a un certo livello, dei concetti espressi da artisti importanti. é un'offesa alla loro intelligenza relegarli ad attività di scarsa rilevanza culturale. Questi ragazzi non hanno una personalità semplice, sono complessi come noi, hanno un'anima come noi, e sicuramente hanno avuto per di più delle grosse difficoltà che hanno reso la loro vita più difficile rispetto a quella di altri ragazzi. Non penso che abbiano problemi di comprensione; nei miei spettacoli hanno fatto scene anche molto difficili avendo spesso a che fare anche con un immaginario pittorico molto forte ed evidente. Non mi hanno mai dato alcun tipo di preoccupazione culturale. Chiaramente i ragazzi percepiscono le cose ad un loro livello, poi sta al regista condurli verso la comprensione di un livello successivo, e non è da sottovalutare quanto spesso la loro percezione così concreta, diretta, naif, ha reso la rappresentazione e la comprensione di un determinato episodio ancora più apprezzabile per il pubblico e la compagnia. Infatti, lavorando con i ragazzi abbiamo sicuramente dato tantissimo, ma abbiamo anche ricevuto parecchi doni, non ultimo questa possibilità di percepire alcuni oggetti di indagine in maniera molto più immediata e non filtrata da una cultura superiore. Sono ragazzi concreti, veri, senza dover fare per questo l'apologia del carcerato, secondo cui questi giovani sono sempre belli.
La polemica tra artisti teatrali e teatroterapeuti sembra essere destinata a non cessare. Ritiene che ci siano dei legami tra la funzione educativa e terapeutica del teatro? Come dovrebbero porsi tra loro teatro e terapia?
Spesso si crea una polemica tra i teatranti, gli artisti e i teatri terapeuti; io non sono un teatroterapeuta e mai mi rischierei ad invadere un campo che non riuscirei a padroneggiare, e la stessa cosa dovrebbe avvenire da parte dei teatroterapeuti. Il teatroterapeuta pensa spesso che il vero teatro sia quello da lui proposto e praticato, ma in realtà il teatro è costituito da un lavoro che ripercorre alcune dinamiche completamente diverse, richiede studio e ripetizione, non è un happening, non è giudicante, non prevede un'analisi dei comportamenti della persona. Rispondere alla domanda inerente al rapporto tra teatro e terapia è molto delicato. Penso che ci sia una grande differenza tra questi due rispettabilissimi campi d'intervento e che questa debba essere assolutamente rispettata, senza confondere i diversi ruoli di coloro che li praticano. Così come io ammetto che il teatroterapia è per me distante come campo di indagine, sarebbe bello che avvenisse anche il contrario. Sono settori ben diversi e come tali vanno considerati.
Il fatto che entrambi favoriscono la possibilità dell'uomo-attore di mettersi in contatto e in ascolto con la propria interiorità potrebbe essere considerato un legame?
Sì, questo è un possibile legame che appartiene alla premessa basilare della stessa funzione del teatro, ma la vera differenza tra teatro e teatroterapia consiste nel loro fine. A me piacerebbe collaborare con un teatroterapeuta, ma io non cerco le sue stesse cose; terapia ed espressione artistica hanno due fini differenti tra loro. Per questo i due campi e le professionalità non vanno confusi. Spesso ci si trova davanti ad artisti che invadono il campo della terapia e poi non sanno controllarla ed uscirne fuori. Io so pochissimo dei ragazzi con cui lavoro, non li scruto per capire la dinamica che stanno vivendo. Per cui è necessario operare una netta distinzione. Terapia è anche analisi, io non analizzo nessuno...
Immagino che iniziare un progetto teatrale in carcere, con la consapevolezza di lavorare con ragazzi diversi e con il loro disagio, possa essere particolarmente difficile dal punto di vista emotivo. Lei come vive questo momento?
Il primo giorno del laboratorio, quando incontro per la prima volta tutti i ragazzi, è sempre un momento particolarmente delicato: sono spesso molto impreparato, ho molte incertezze e non so bene cosa dire. L'organizzazione iniziale del mio lavoro dipende molto anche dalle reazioni dei ragazzi che, a volte è stata parecchio dura, altre meno. Bisogna procedere attraverso un lavoro molto lento, fatto di pazienza e, in alcuni casi, anche di sopportazione. Io tendo ad essere abbastanza sincero con i ragazzi; è alquanto importante capire che loro hanno una percezione molto chiara di chi hanno di fronte: scrutano negli occhi e giudicano immediatamente. Se si cerca di fare con loro qualcosa solo con l'intento di attirarne l'attenzione, o se si vuole apparire qualcosa che in realtà non si è, i ragazzi si allontanano sicuramente. Ogni volta che ho mostrato la mia fragilità di uomo e la mia tranquillità, invece, li ho ritrovati sempre immediatamente vicini a me. Fondamentale soprattutto all'inizio del lavoro, è "fare" insieme ai ragazzi e dare loro la possibilità di "poter fare e creare". Molto spesso le istituzioni pensano di mettere in contatto la realtà carceraria e quella artistica attraverso un processo di fruizione degli spettacoli. Ma questo non vuol dire partecipare realmente all'attività teatrale: c'è una differenza enorme tra offrire ai ragazzi uno spettacolo o farlo fare a loro. D'altra parte, fare teatro non significa solo vedere ma fare, immergersi nella creazione di un evento d'arte. Per questo bisogna coinvolgere i ragazzi fino in fondo, credere in loro e attendere il momento in cui riescono ad esprimersi senza impazienza. Il resto è sicuramente un dono che si riceve e aggiunge un senso in più alla nostra ricerca teatrale.
[1] Claudio Collovà, cit. www.officineouragan.com
[2] Compagnia Officina Ouragan, Cooperativa Teatrale Dioniso, fondata nel 1985 a Palermo. Il percorso artistico della compagnia è rivolto verso la ricerca di danza e teatro.
[3] 'Il mare dietro il muro - Nostro padre Re Lear', ed. Electa 2008, raccoglie la memoria di queste esperienze attraverso le foto di Maurizio Buscarino e prefazione di Massimo Marino, docente al Dams di Bologna.
[4] Alessandra Luberti, danzatrice, coreografa e attrice presso la compagnia Officine Ouragan. La compagnia da lei diretta si chiama 'Esse p.a.', inizialmente fondata a Roma.
[5] Per una visualizzazione completa del curriculum si visiti il sito www.officineouragan.com

