Teatro e carcere
Teatri della diversità
n. XXX
Del xxxx
Intervista di Vito Minoia a Claudio Collovà
E’ possibile individuare nella tua produzione artistica e culturale un filo rosso che ti ha portato negli ultimi anni ad occuparti con una certa intensità di progetti di ricerca e di sperimentazione teatrale a favore di minori a rischio dell’area penale della città di Palermo?
La prima volta che decisi di lavorare con i ragazzi della Comunità Filtro di Palermo fu nel 1997 in occasione della preparazione di uno spettacolo dedicato a Pier Paolo Pasolini intitolato Miraggi Corsari. Traeva spunto dalle analogie tra le figure di Cristo e di Edipo e alla base di tutto, come maggiore fonte di ispirazione, c’erano i due film di Pasolini Edipo Re e Il vangelo secondo Matteo. E’ stato il primo spettacolo in cui sono stati coinvolti dieci ragazzi sottoposti a procedimenti penali e non è un caso. Stavo lavorando all’immaginario di un autore che, in un periodo della sua vita, aveva fatto dei ragazzi di strada l’oggetto della sua poetica. Non solo nel cinema ma anche nei suoi primi romanzi. La mia non è stata una scelta sociale, come non lo è stata da parte di Pasolini. Era una necessità artistica che non ho pudore di dichiarare anche in contesti in cui potrebbe venire equivocata e rimproverata. Ho fatto questa premessa perché nessuna delle mie esperienze teatrali è isolata e c’è sempre un filo rosso, come lo chiami tu, che lega tutti i miei tentativi. Ciò che precede è molto importante ed è come se io mi spostassi lentamente verso una direzione che non so ancora dove mi possa portare. Sono molto più interessato al movimento che alla destinazione. Quindi non esiste nessun progetto specifico per i minori in difficoltà della mia città. Essi sono invitati a fare parte di un processo artistico già in atto che lega, a volte arbitrariamente e in modo del tutto personale, Pasolini a Enzensberger, Eliot a Yeats, la figura dell’eroe celtico a quello tragico e cristiano e al re Pescatore di Eliot. Sono spostamenti di senso ma non di contenuto. Per me è come se parlassero tutti della stessa cosa, ma in maniera diversa. A questi aggiungo anche io la mia voce in tutta umiltà. L’intensità con cui ho deciso nel corso degli anni di lavorare con i ragazzi è cresciuta quindi di pari passo con l’intensità con cui ho realizzato molti dei miei spettacoli: ogni volta che è stato possibile, essi hanno fatto parte dei miei lavori arricchendoli con la loro presenza. Dopo Miraggi Corsari, Eredi sull’Ulisse di Joyce, La caduta degli angeli dai drammi celtici di Yeats, Eroi dallo studio di ‘Massa e potere’ di Canetti, tutti lavori che hanno implicato anche lunghi processi di formazione anche per il cast dei miei attori. E devo dire che avere avuto sempre a che fare con compagnie per così dire miste, cioè anche con la presenza dei miei attori professionisti ha giovato al mio rapporto con i ragazzi in modo decisivo. Diciamo che, rispettando la mia necessità espressiva, la mia era una posizione sincera e la sincerità è una qualità molto percepita dai giovani che ho incontrato in tutti questi anni.
A che punto è il progetto, ideato in collaborazione con il Comune di Palermo, di costituire un laboratorio permanente, che possa avere una sede stabile, dove proseguire il lavoro con i ragazzi, in convenzione con il ‘Malaspina’ e il Ministero di Giustizia?
E’ presto detto: a un punto morto. La possibilità di creare un laboratorio permanente in un luogo stabile è tramontata quando il governo della città è cambiato. Quell’idea era possibile pensarla con una giunta allora guidata dal Sindaco Orlando e con cui c’era un dialogo forte e un appoggio finanziario alla nascita dei nostri progetti in collaborazione con il Ministero di Giustizia. Palermo sarebbe il luogo ideale per fare nascere un progetto ambizioso, una casa di lavoro, esterna al carcere che possa accogliere esperienze professionali di formazione teatrale dedicate ai minori a rischio. Ma non credo che in altre città si faccia di meglio. In tutti gli incontri a cui sono stato invitato abbiamo finito per parlare tutti della stessa cosa. In progetti del genere spesso manca la stabilità, la continuità, la stanzialità, tutte qualità che aiuterebbero in modo significativo anche l’impatto sociale. A onor del vero continua a esistere una grande stima per il nostro lavoro da parte del direttore del CGM, dott. Michele Di Martino, della dott.ssa Salierno, direttore dell’USSM, con cui abbiamo realizzato numerose iniziative e in occasione del cortometraggio Africa Africa Africa, anche con l’appoggio della dott.ssa Rita Barbera, direttore dell’IPM da poco più di un anno, molto appassionata al teatro. Abbiamo nell’ultimo anno collaborato alla realizzazione di un laboratorio scenografico grazie a un progetto europeo che ha poi costruito un piccolo teatro all’interno dell’IPM. Sebbene io sia un fautore per fare teatro – quando è possibile – all’esterno, sono molto felice che ci sia uno spazio prove e di spettacolo non tradizionale anche all’interno. Resta però il fatto che senza risorse adatte rischia di rimanere uno spazio vuoto. Come sai bene anche la convenzione tra l’Eti e il Ministero di Giustizia per progetti riguardanti i carceri minorili si è dissolta come neve al sole tre anni fa. Non so cosa dire, saranno i tempi. Attendiamo che passino! Comunque non ci arrendiamo e cerchiamo le risorse altrove. In cantiere ci sono un progetto europeo e uno regionale. Ed è mia intenzione lavorare sul Woyzeck, altra figura in un certo senso cristologica.
Dell’ultimo cortometraggio che hai diretto, insieme a Martino Lo Cascio, con i giovani dell’area penale di Palermo, hai già avuto modo di dire che si trattava di un percorso in cui il desiderio d’Africa fosse desiderio di libertà. Quali altre metafore nel vostro lavoro sono state generate dal nome del Continente così vicino alle coste siciliane?
Africa Africa
Africa è il mio primo cortometraggio in cui i ragazzi
sono assoluti protagonisti ed è stata una bellissima deviazione
nell’uso del mezzo espressivo. I progetti teatrali soffrono
per ovvie ragione di visibilità e per una volta ho pensato
con Martino che, oltre a essere co-regista, è psicologo
presso l’Ufficio del Servizio Sociale, di rendere più
visibile possibile questo nostro lavoro con i minori. Il desiderio
d’Africa come desiderio di libertà nasce dalla cronaca.
Erano tempi in cui su tutti i giornali venivano pubblicate foto
di carrette del mare piene di rifugiati pronti a sbarcare o appena
sbarcati in Sicilia. Uno dei ragazzi con cui lavoravamo osservando
una di quelle foto disse una frase che generò il soggetto.
‘Io mi ni issi in Africa, ma no ca’ vinissi cà.’
Così abbiamo realizzato un corto pervaso da un’amara
ironia in cui una comunità di impiegati afflitti da un
lavoro che non amano sogna la libertà di un immaginario
antico, in cui l’Africa non è solo sofferenza o fame,
ma anche pianure sconfinate e una vita meno inquinata dalla tecnologia.
Decidono di rivolgersi a un trafficante che ingannandoli, dopo
averli imbarcati su un peschereccio in disarmo, li deposita nel
quartiere africano di Palermo. L’ultima scena li vede nuovamente
al lavoro nel grande ufficio da cui erano partiti, ma ancora e
sempre con le valigie pronte, per un nuovo tentativo di evasione,
se mi è consentita l’ironia che implica questa parola.
Quindi è una metafora utile al soggetto del cortometraggio
e, a parte una mia esperienza di lavoro in Mali, è stata
la prima volta che il continente africano ha avuto un ruolo nelle
nostre creazioni. Ma Africa Africa Africa, come ho detto
prima, può essere definito un caso felice di deviazione
dal percorso teatrale. E se mi permetti, per concludere questa
intervista, vorrei ringraziare oltre a tutti gli operatori, anche
i miei attori senza il cui aiuto nessuna di queste bellissime
esperienze sarebbe andata felicemente in porto. Alessandra Luberti,
che ha curato in tutte le prove il durissimo lavoro sul movimento
e il training fisico, Giacco Pojero e Nino Vetri, che hanno scritto
e suonato le musiche, gli attori Alessandro Mor, Simona Malato,
e Giuseppe Massa, che cominciò con me la sua carriera d’attore
proprio in occasione del mio primo lavoro essendo parte del gruppo
dei dieci minori di Miraggi Corsari. Ma questo, per fortuna,
succedeva tanti anni fa…

